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lunedì, novembre 15, 2010

La libertà come prigione o la prigione come libertà



Per la serie acquisti intelligenti, sono lieto di annunciarvi che a casa mia c'è una nuova, ottima, carta igienica.

Resistente, ben confezionata, ha un pregio particolare.

Da un lato è ruvida, porosa, aggressiva. Dall'altro è soffice, lieve, delicata.

"Delicato" è un aggettivo che odio, perchè è stato scippato all'italiano dalla pubblicità. Assieme a "goloso" (che viene spesso anche invertito, in quanto a significato) deve essere uno degli aggettivi più usati negli spot.

Ma non volevo parlare di questo.
Ma della mia carta igienica doubleface.

Come dicevo, è perfetta per ogni mia voglia, per quando ho bisogno di rudezza, di vigore, di efficienza, ma anche per quando, come tutti, ho bisogno di sentirmi un po' coccolato.

Ma non sempre il momento è chiaro, non sempre ho ben in mente quali siano le mie voglie, le mie necessità.

E mi trovo lì, con un pezzo di carta in mano, ovviamente strappato alla perfezione (vedi link), e pondero.

Pondero se la libertà di scelta illimitata sia davvero ciò di cui l'uomo ha bisogno, o se sia giusto che certe scelte siano fatte aprioristicamente, stereotipatamente, in modo tale da liberare l'uomo dall'ansia del vivere, dall'esigenza dell'espressione della volontarietà.
Insomma, cosa valuto, cosa ritengo più importante? La volontà, la consapevolezza, l'atto cogitante totale, indiscriminato e libero, la riflessione morale, il dubbio ontologico ed etico o piuttosto la felicità, la supponenza etica, l'estetica, il pensiero privo della preoccupazione immanente, indirizzato verso un'arte priva di solidità, una trascendenza astrattiva che tralasci il bisogno a favore della necessità. Sono un uomo anti post moderno o post moderno.

E mentre sono lì, in questo stato di confusione, in genere, o mi sento perso e ho bisogno di punti saldi, o mi sento depresso, e ho bisogno di tenerezza.

Nel primo caso vado per il lato ruvido, nel secondo, per quello soffice.