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martedì, aprile 27, 2010

Le chiacchiere e i distintivi



Il setting, uno dei migliori strachìparàt che mi ricordi.
Spiace dirlo per chi non c'era.

I personaggi, Byfluss ed Hazey.

Ti aspetteresti di tutto dall'incontro tanto annunciato, tanto desiderato, tanto temuto.

E invece, faccio gli onori.

Questa è Hazey.
Ciao.
Ciao.

Basta.

La delusione.
La delusione vera di una donna che è tutta chiacchiere e qualche distintivo.

E dov'è tutta la poesia?

Io dico basta. Basta a chi la poesia la lascia nel cervello, nel petto o scribacchiata su qualche blog.
E' tempo di portarla per strada, la poesia, di trascinarla nella vita. Sporca di sangue, piscio e merda come chiunque, quando nasce.

E' tempo di vivere in modo bellissimo e demenziale, come disse Thespian e prima di lui Jodorowsky.

venerdì, ottobre 26, 2007

L'atto poetico


La triade Panaparazzina è in Giappone: terra di magia, terremoti e poesia.
Ma anche il Cile cinquant'anni fa.


Negli anni quaranta e all'inizio degli anni cinquanta, in Cile si viveva poeticamente come in nessun'altra parte del mondo. La poesia impregnava tutto: l'insegnamento, la politica, la vita culturale e quella amorosa. Durante le innumerevoli feste quotidiane, la gente beveva senza ritegno e c'era sempre qualche sbronzo che recitava versi di Neruda, di Gabriela Mistral, di Vicente Huidobro e altri magnifici poeti.

Perché tanta lirica gioia? In quegli anni, mentre l'umanità subiva la Seconda guerra mondiale, nel lontano Cile, separato dal resto del pianeta dall'Oceano Pacifico e dalla Cordigliera delle Ande, lo scontro tra nazisti e alleati era vissuto come una partita di calcio.

In ogni casa, su di una cartina inchiodata al muro, si seguivano le avanzate e le ritirate degli eserciti in guerra con spilloni muniti di bandierine, tra i brindisi e le scommesse. Per i cileni il loro paese lungo e stretto, malgrado i problemi interni, era un'isola paradisiaca che la distanza preservava dai mali del mondo. Mentre in Europa imperava la morte in Cile regnava la poesia.

Il cibo abbondava - i quattromila chilometri di coste fornivano pesci e frutti di mare squisiti - il clima era eccezionale e il vino un nettare a buon mercato - un litro di rosso costava meno di un litro di latte - e per tutte le classi sociali, dai poveri ai ricchi, quello che contava di più era fare festa. [...]


Un notaio compassato, a partire dalle sei di sera si ubriacava nei bar e si faceva chiamare "il terribile tette nere". A lungo si parlò della battuta con cui aveva abbordato una cliente: "Signora anch'io sono stato donna: parliamoci da vacca a vacca".


Il paese intero, al tramonto, era in preda a una follia collettiva.
Si festeggiava la mancanza di solidità del mondo. In Cile la terra tremava ogni sei giorni! Il suolo stesso era, per così dire, convulsivo. Per cui tutti erano soggetti a un terremoto esistenziale. Non vivevano in un mondo compatto che seguiva un ordine razionale bensì in una realtà tremolante, ambigua.

Si viveva precariamente tanto sul piano materiale quanto su quello relazionale.
Non si sapeva mai come sarebbe finita la notte di baldoria: la coppia che si era sposata a mezzogiorno poteva dividersi all'alba e ritrovarsi a letto con altre persone; gli invitati potevano buttare i mobili giù dalla finestra e così via.

I poeti, nottambuli di natura, vivevano in un'euforica smodatezza.
Neruda, collezionista frenetico, si era fatto costruire una casa-museo a forma di castello radunando intorno a sé un'intero paese.

Huidobro non si accontentava di scrivere "Perché cantate la rosa? Fatela fiorire nel poema" ma ricoprì di terriccio fertile i pavimenti di casa sua e vi piantò un centinaio di roseti.

Teofilo Cid, figlio di ricchissimi libanesi, rinunciò alla sua fortuna e conservò come unica ricchezza un abbonamento al quotidiano francese "Le Monde" e, ubriaco fradicio giorno e notte, decise di vivere su di una panchina del Parque Forestal.
E lì lo trovarono una mattina, morto, ricoperto dalle pagine del suo giornale.

Ci fu un altro poeta che si faceva vedere in pubblico soltanto alle veglie funebri degli amici per mettersi a saltare sulla bara.

Il magnifico Raul de Veer non si fece il bagno per due anni per selezionare con il suo fetore chi davvero fosse interessato ad ascoltare i suoi versi.

Tutti quanti erano usciti dalla letteratura per partecipare agli atti della vita quotidiana adottando una posizione estetica e ribelle. Per me, come per molti altri giovani, erano idoli che ci indicavano un modo di vivere bellissimo e demenziale.

da: Alejandro Jodorowsky - "La danza della realtà"


Un modo di vivere bellissimo e demenziale.
Per qualche ragione associo le ultime parole ad Apa.
Se lui potesse, nella mia visione, vivrebbe seguendo questo precetto.
O forse è il Razzi?
Boh, tanto è uguale.