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mercoledì, giugno 23, 2010

Babuinette e revisionismo narrativo



Recentemente, l'avrete sentito anche voi, Gisele ha fatto una serie di dichiarazioni importanti.
Mi piace citare quella che è la summa del suo pensiero "Fate pipì sotto la doccia per salvare la terra".

Un inno al risparmio delle risorse idriche, all'ecologia e un primo passo verso la coprofagia, immagino.

A parte che credo che l'ecologia sia la bufala del nuovo secolo, dove la religione è la bufala dei secoli scorsi.

A parte che mi fa morire la risposta di Luttazzi "Io non solo piscio nella doccia per salvare la terra, io cago pure nella vasca, per salvare l'universo".

A parte che non riesco a spiegarmi perchè tutto sommato l'idea che Gisele pisci nella doccia la trovi in un certo qual modo carina, frizzante, piccante, mentre l'idea di, che ne so, un Byfluss, un Razzi, che mi pisciano nella doccia la trovo assolutamente ripugnante.

A parte tutto questo, vorrei parlare di Rudy.

Rudy è un tizio, americano, ex compagno di casa di Ergo che è morto.
Morto in un incidente stradale dietro augurio di Ergo che gli ha scagliato mille maledizioni per mille e una ragioni ma soprattutto per una. Gli pisciava nella doccia.

Dopo le dichiarazioni di Gisele, quindi, vorrei che la storia di Rudy non venisse più raccontata come "Rudy, il ragazzo che Ergo ha ucciso perchè gli pisciava nella doccia" ma "Rudy, il ragazzo che Ergo ha ucciso perchè tentava di salvare la terra".

Il che fa di Ergo un personaggio da annoverare non tra i villain da strada (Joker, Goblin, Catwoman, Buffoli) bensì tra i grandi super criminali, come il dottor Destino, Lex Luthor o Massimo Moratti.

martedì, ottobre 21, 2008

La magia dei fumetti






I fumetti non sono letteratura. Non sempre.
Non spesso. Alcuni sì, la maggior parte no.
Però, se scritti, disegnati bene, possono avere anche dei dettagli di notevole rilievo. Magari poi sono solo spunti, sono solo concetti, solo bozze di qualcosa di bello, interessante, artistico. O che potrebbe esserlo.

Come in questo dialogo, un po' banale se vogliamo, ma ci sono cose che mi hanno colpito.





Come dicevo, sono cose banali, di tutti i giorni. Ma ci sono quei punti di vista che non ti aspetti. O forse semplicemente è il momento, sei più ricettivo a certe cose, ci stai già pensando per cavoli tuoi, il retro del tuo cervello ne sta elaborando l'immagine, le idee prendono forma ma non sostanza fino quando, per caso, stai leggendo un fumetto.

E allora ci arrivi. Michia che tette che ha la tipa rossa.

domenica, settembre 14, 2008

David Foster Wallace



Smetto di fare quello che sto facendo non per fare quello che dovrei, ma per un ricordo.

sabato, giugno 28, 2008

Pagina della notte passata


Mi saluti Albert Schweitzer

E poi Angela Hoenikker Conners, la sorella spilungona di Newt, arrivò con Julian Castle, padre di Philip Castle e fondatore della Casa della Speranza e della Misericordia nella Giungla. Castle indossava un completo di lino bianco piuttosto sformato e un cravattino a stringa. Aveva un paio di baffi ispidi. Era calvo. Era scheletrico. Era un santo, credo.
Si presentò a Newt e a me sulla terrazza a sbalzo. Prevenne qualsiasi riferimento alla sua possibile santità parlando come un gangster da film, da un angolo della bocca.
"Ho sentito dire che lei è un seguace di Albert Schweitzer" gli dissi.
"A una certa distanza..." disse con un sogghigno criminale. "Non ho mai conosciuto quel signore di persona".
"Sono certo che lui conosce il suo lavoro, come lei conosce il suo."
"Può darsi di sì e può darsi di no. Le capita mai di vederlo?"
"No."
"Crede che le capiterà mai?"
"Forse un giorno mi capiterà."
"Bene" disse Julian Castle, "in caso le capiti di imbattersi in Albert Schweitzer in uno dei suoi viaggi, può anche dirgli che non è il mio eroe." E si accese un grosso sigaro.
Quando il sigaro incominciò a tirare e fu bello caldo, ne puntò la rossa estremità su di me. "Può dirgli che non è il mio eroe," disse, "ma può anche dirgli che, grazie a lui, Gesù lo è, il mio eroe intendo."
"Credo che gli farà piacere saperlo."
"Non me ne importa un fico che gli faccia piacere o no. Questa è una faccenda tra me e Gesù."

(Kurt Vonnegut, Ghiaccio-Nove)

sabato, giugno 14, 2008

I libri di Montag

Ho cominciato a leggere un libro che mi ha regalato Montag.
Al solito si tratta di narrativa spigliata, interessante, avvincente, di un certo livello.
Montag non sbaglia mai. Mi fa sempre scoprire qualche autore nuovo, qualche angolo letterario sfizioso.

I libri di Montag hanno un solo difetto.
Li smarrisco.
Nel senso che o li perdo e li ritrovo dopo mesi. O me li dimentico del tutto
O succede qualcosa che mi fa interrompere la lettura, e non riesco a finirli.
Perchè alla fine i libri sono un'onda, non puoi scendere e ricominciare.


I libri di Montag sono così.

Blessed and cursed.

venerdì, marzo 21, 2008

Una domanda urgente

<Non posso fare a meno di pensare che nell’amore ci sia qualcosa di essenzialmente sbagliato. Tra amici si litiga o ci si perde di vista, e anche tra parenti stretti, ma non c’è questo spasimo, questo pathos, questa fatalità che sta attaccata all’amore. L’amicizia non ha mai l’aspetto di una condanna. Perché, cosa succede? Non ho smesso di amarti, ma poiché non posso continuare a baciare il tuo caro, pallido volto, dobbiamo lasciarci, dobbiamo lasciarci. E perché? Perché l’amore è così misteriosamente esclusivo?>>
(La vera vita di Sebastian Knight, V. Nabokov)

venerdì, dicembre 07, 2007

Come Ivan

Mi è venuta la febbre cerebrale.
Come Ivan Karamazov.

Finalmente, la attendevo da tempo.

martedì, novembre 20, 2007

"The moon's an arrant thief/and her pale fire she snatches from the sun" (Shakespeare)

Il discorso sul colore dei capelli di Apa mi ha fatto ripensare ad una cosa che ho scoperto recentemente. Io adoro la scrittura di Nabokov. Leggendo della sua vita, sono arrivata alla frase: Nabokov soffriva di sinestesia.
(e qui mi sa che mi tocca salutare mak...)
Io fino ad ora sapevo che la sinestesia è una figura retorica, in cui si accostano due percezioni sensoriali di diversa origine, con il risultato di modulare l'impressione derivata dalla realtà attraverso la combinazione di suoni, colori, visioni etc.
E invece quella mattina ho scoperto che la sinestesia è anche un "disturbo" della percezione. Un sinestetico accosta involontariamente ad una qualunque percezione un'altra, di radice diversa. Se vede un colore, vi associa un numero. Ogni nota musicale per il sinestetico diventa, è un colore. La madre di Nabokov (anche lei sinestetica) si rese conto che il figlio soffriva di questo disturbo perché da bambino le disse che le lettere colorate dell'alfabeto, quelle sui cubi di legno, con cui stava giocando, erano tutte del colore sbagliato.
Insomma, vista così la sinestesia mi sembra una cosa grandiosa, e così certi "disturbi", che secondo me possono solo arricchire la percezione, e di conseguenza l'espressione delle cose. Come il "suono giallo" di Kandinsky, anche lui sinestetico.
Il fatto che ora si inizi a dire "diversamente abile" per me è riduttivo, se non un po' una stronzata, perché si camuffa da formula socialmente accettabile un'altra verità: che la diversità è più preziosa del modo in cui sappiamo dirla. Questo linguaggio forse proviene dalla effettiva "disabilità" di chi vuole accontentarsi di un quadratino di possibilità e ci vuole fare entrare tutti i colori, suoni, sensazioni.
E se veramente si è abili a far qualcosa, bisogna ammettere in quella abilità tutte le sue infinite forme.
Tornando alla sinestesia, mi chiedo quante cose in più si potrebbero creare, intuire, quanti legami invisibili tra noi e le cose, e tra le cose stesse, si potrebbero svelare. C'è chi la sinestesia se la induce attraverso gli allucinogeni, chi la cerca come metodo artistico.
Il sinestetico mi piace chiamarlo sinesteta, perché è un mago della percezione, e lo è naturalmente. E forse solo perché sinesteta Nabokov ha potuto scrivere una pagina così bella.
"Le stelle erano da poco impallidite. Seguì la ragazza e un cane da pastore esultante su per un sentiero invaso dalla vegetazione che brillava di rugiada vermiglia nella luce scenografica di un'alba alpina. L'aria stessa pareva tinta e invetriata. Un gelo sepolcrale emanava dalla parete rocciosa a picco, lungo la quale saliva il sentiero; sull'opposto lato scosceso, tuttavia, qua e là fra le cime degli abeti che crescevano più in basso, sprazzi di luce solare, sottili come fili di ragnatela, cominciavano a intessere arabeschi di tepore." (da Fuoco Pallido)

venerdì, ottobre 26, 2007

L'atto poetico


La triade Panaparazzina è in Giappone: terra di magia, terremoti e poesia.
Ma anche il Cile cinquant'anni fa.


Negli anni quaranta e all'inizio degli anni cinquanta, in Cile si viveva poeticamente come in nessun'altra parte del mondo. La poesia impregnava tutto: l'insegnamento, la politica, la vita culturale e quella amorosa. Durante le innumerevoli feste quotidiane, la gente beveva senza ritegno e c'era sempre qualche sbronzo che recitava versi di Neruda, di Gabriela Mistral, di Vicente Huidobro e altri magnifici poeti.

Perché tanta lirica gioia? In quegli anni, mentre l'umanità subiva la Seconda guerra mondiale, nel lontano Cile, separato dal resto del pianeta dall'Oceano Pacifico e dalla Cordigliera delle Ande, lo scontro tra nazisti e alleati era vissuto come una partita di calcio.

In ogni casa, su di una cartina inchiodata al muro, si seguivano le avanzate e le ritirate degli eserciti in guerra con spilloni muniti di bandierine, tra i brindisi e le scommesse. Per i cileni il loro paese lungo e stretto, malgrado i problemi interni, era un'isola paradisiaca che la distanza preservava dai mali del mondo. Mentre in Europa imperava la morte in Cile regnava la poesia.

Il cibo abbondava - i quattromila chilometri di coste fornivano pesci e frutti di mare squisiti - il clima era eccezionale e il vino un nettare a buon mercato - un litro di rosso costava meno di un litro di latte - e per tutte le classi sociali, dai poveri ai ricchi, quello che contava di più era fare festa. [...]


Un notaio compassato, a partire dalle sei di sera si ubriacava nei bar e si faceva chiamare "il terribile tette nere". A lungo si parlò della battuta con cui aveva abbordato una cliente: "Signora anch'io sono stato donna: parliamoci da vacca a vacca".


Il paese intero, al tramonto, era in preda a una follia collettiva.
Si festeggiava la mancanza di solidità del mondo. In Cile la terra tremava ogni sei giorni! Il suolo stesso era, per così dire, convulsivo. Per cui tutti erano soggetti a un terremoto esistenziale. Non vivevano in un mondo compatto che seguiva un ordine razionale bensì in una realtà tremolante, ambigua.

Si viveva precariamente tanto sul piano materiale quanto su quello relazionale.
Non si sapeva mai come sarebbe finita la notte di baldoria: la coppia che si era sposata a mezzogiorno poteva dividersi all'alba e ritrovarsi a letto con altre persone; gli invitati potevano buttare i mobili giù dalla finestra e così via.

I poeti, nottambuli di natura, vivevano in un'euforica smodatezza.
Neruda, collezionista frenetico, si era fatto costruire una casa-museo a forma di castello radunando intorno a sé un'intero paese.

Huidobro non si accontentava di scrivere "Perché cantate la rosa? Fatela fiorire nel poema" ma ricoprì di terriccio fertile i pavimenti di casa sua e vi piantò un centinaio di roseti.

Teofilo Cid, figlio di ricchissimi libanesi, rinunciò alla sua fortuna e conservò come unica ricchezza un abbonamento al quotidiano francese "Le Monde" e, ubriaco fradicio giorno e notte, decise di vivere su di una panchina del Parque Forestal.
E lì lo trovarono una mattina, morto, ricoperto dalle pagine del suo giornale.

Ci fu un altro poeta che si faceva vedere in pubblico soltanto alle veglie funebri degli amici per mettersi a saltare sulla bara.

Il magnifico Raul de Veer non si fece il bagno per due anni per selezionare con il suo fetore chi davvero fosse interessato ad ascoltare i suoi versi.

Tutti quanti erano usciti dalla letteratura per partecipare agli atti della vita quotidiana adottando una posizione estetica e ribelle. Per me, come per molti altri giovani, erano idoli che ci indicavano un modo di vivere bellissimo e demenziale.

da: Alejandro Jodorowsky - "La danza della realtà"


Un modo di vivere bellissimo e demenziale.
Per qualche ragione associo le ultime parole ad Apa.
Se lui potesse, nella mia visione, vivrebbe seguendo questo precetto.
O forse è il Razzi?
Boh, tanto è uguale.