Quando ho conosciuto Montag, era un fatto kaibano e online.
Non eravamo amici, non sapevamo quasi nulla l'uno dell'altro, abbiamo cominciato a parlare l'uno con l'altro per non so quale motivo. Un innato senso di simpatia, almeno per me.
Non avendolo mai visto, ero libero di immaginarmelo come preferivo, di lasciar correre la fantasia e, devo ammetterlo, mai mi sbagliai tanto nell'immaginare l'aspetto fisico di una persona.
Me lo immaginavo alto, duro, nasuto e allampanato.
Una specie di Sherlock Holmes, eremita e nascosto dietro una tastiera, tra le valli di Sondrio e Tellio.
Mi parlava di andare a fare il vero eremita, in montagna, a crescere le capre.
Quando lo incontrai per la prima volta, sul serio, era in giacca e pantaloni, lo stavo per assumere, una delle tante mosse brillanti della mia carriera.
Quattro anni, bene o male, l'ho frequentato ogni giorno.
L'ho vissuto nella fase "lasciami fare quello che voglio".
L'ho vissuto nella fase "life sucks and then you die".
L'ho vissuto nella fase "LOL".
Nella fase "Fuori a fumarsi una sigaretta con Hazey".
La cosa bella, e brutta, di Montag e' che mi pare quasi che queste fasi, ognuno di questi momenti, non lo lascino mai del tutto, ma gli rimangano appiccicati addosso e se li porta appresso.
Schivo, riservato, non te lo direbbe mai. Montag ama anche farsi discretamente i cazzi degli altri, ma i cazzi suoi se li tiene fondamentalmente per se'.
Montag va capito.
Forse lo si direbbe, le persone semplici, facili, non mi piacciono molto.
Ecco, io adoro Montag.
Quel fottuto genietto nevrotico, isterico, ilare, depresso, masochista e generoso di quello che, per fortuna mia, e' diventato il mio amico Montag.
Auguri a lui dunque, per il suo sesto quarto di secolo.