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giovedì, agosto 25, 2011

Linguistica



Adoro la linguistica, lo studio delle regole del linguaggio.
L'idea che la lingua sia uno strumento innato, comune agli uomini ma anche una condizione imposta.

Delle categorie mentali che ci impongono di sistemare i concetti in soggetti, oggetti, agenti, azioni.

Mi piace pensare che dal linguaggio si possa fare reverse engineering, giungere al nucleo e fulcro del pensiero.


Chomsky, con la grammatica generativa ha cercato di creare un sistema di regole che siano applicabili a tutte le lingue a prescindere dalle specifiche differenze sintattiche.

Io credo di aver trovato la chiave di volta, il caposaldo della lingua umana.

Una parola che e' identica in tutte le lingue e in tutti gli idiomi.

E questa parola e' BANANA.

domenica, maggio 31, 2009

Degenerazione linguistica





Mi è sempre piaciuto tantissimo il verbo "apparecchiare". Mi è sempre sembrato uno di quei verbi il cui senso puro supera il senso comunemente accettato.
Una versione spuria e giocherellona di "parare" latino. E odio, decisamente odio, come ormai "apparecchiare" significhi praticamente solo preparare la tavola.
È un segnale di un declino linguistico implacabile e vorticoso, la diffusione dell'alfabetizzazione, la televisione, la cultura "globale".

Non sono di quelli che odia le nuove parole o gli aborti linguistici tipo "taggare" o "downloadare", riesco a riconoscere la funzionalità di un'espressione semantica, ma appunto, per quanto a volte fastidiosi, riconosco come i neologismi portino una forma ricchezza. Provo invece sincero sgomento quando invece l'ignoranza diffusa mi depaupera di millenni di cultura, di stratificazioni di senso depositate, adagiate su un letto fatto di suoni e di correlazioni.

Adoro le parole, adoro il concetto di parola, adoro questi scrigni fantastici di energia semantica. Di certe parole ricordo ancora quando le ho sentite la prima volta, quando il loro significato mi giungeva nuovo, confuso, come un solletico.

Bene, è ora che mi apparecchi a questa giornata e che mi alzi da questo letto.

venerdì, dicembre 12, 2008

La tola





In bresciano esiste questa parola. "Tola".
Esprime un senso di vergogna, di timidezza.

Credo sia una delle tante evoluzioni ignoranti del bresciano da tolla, che credo voglia dire "latta".
Faccia di tolla, faccia di latta (o bronzo), faccia da tola.
Poi pian piano la gente non riconosce il significato di tola, prende un da (bresciano) come un da (italiano), e tola diventa vergogna, faccia da vergogna.

Frase tipica bresciana è quindi "che tola", quando uno si vergogna o fa qualcosa che lo mette sotto l'attenzione di tutti.

E la cosa strana è che nella mia testa ha questo significato dal sapore leggermente diverso, intraducibile.
Per dire, il termine tola mi viene sempre in mente quando guardo una trasmissione televisiva, un filmato... è c'è qualcuno che si rende particolarmente ridicolo. Un comico che non fa ridere. Uno che viene mortificato. Che fa una figura di merda E questa cosa mi risulta insopportabile. A prescindere che io provi simpatia o meno per il personaggio in questione.

Non riesco a digerire la situazione. Devo spegnere, cambiare canale. Mi sento fisicamente male.
Provo tola.

Mi domando se succeda anche ad altri.

Mi interrogo sul legame tra lingua, senso, significato, e cultura locale. I giappoonesi provano cose diverse? O hanno solo parole diverse per le stesse cose?
Esprimere concetti è semplicemente un percorso di approssimazione da qualcosa di astratto, puro, assoluto, a qualcosa di finito e imperfetto quali le parole?
O al contrario le parole non sono solo strumenti di espressione ma anche di lettura, il filtro tra la mia mente e il mondo, parte attiva nel processo appercettivo (questa l'ho messa per Ergo).

In che modo le mie categorie mentali sbilanciano quelle che alla fine sono le mie sensazioni, i miei pensieri?

Mi domando se fossi nato, cresciuto in qualche altro posto... cosa proverei?