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giovedì, giugno 21, 2012

Lo straniero


In modi e per motivi che non vi devono interessare (cito), mi sono ritrovata a Francoforte, la città di Goethe, dell'Apfelwein e del Walter Benjamin segato all'esame di abilitazione all'insegnamento per avere scritto un libro "incomprensibile" (grazie, Cornelius).
Amo la Germania, adoro sentire parlare tedesco e mi piacciono i tedeschi, a parte il loro scarso senso dell'umorismo. Checché ne dica qualcuno, la città è allegra, curata, vitale. La gente che ci abita la ama e gode di quello di cui si prende cura. In alcuni giorni di precoce estate la gente si è abbandonata al sole sul lungofiume in un fiorire di angolini idilliaci popolati da famigliole con bambini, enormi mamme turche con grill e prole, nonni a spasso con bambini, e ci sono anche un sacco di bambini, non so se l'ho già detto. Principalmente biondi e paffuti. E io che sono zia da meno di un anno mi commuovo ogni volta che vedo un bambino e penso alle guanciotte sane e inconsapevoli della mia nipotina lontana. Bambini per strada che salutano il papà che li guarda dalla finestra, bambine che mi guardano e sorridono sdentate, sembra una cospirazione.
Mi sono resa conto in effetti che l'aria francofortese accentua i miei pensieri lievemente paranoici. Hanno iniziato a manifestarsi appena atterrata: ho imboscato la valigia, sono uscita in tutta fretta e mi sono accesa una sigaretta, ma mi sentivo in colpa. Mi ero legalmente posizionata nella zona fumatori all'esterno dell'aeroporto, la gente sembrava normale, ma mi sentivo come se da un momento all'altro qualcuno sarebbe venuto a dirmi "E lei che cosa ci fa qui?" e mi avrebbe arrestato. Poi succedono cose strane, tipo sento le voci dei tedeschi e penso che stiano disapprovando un mio gesto. Un paio di giorni fa avrei tanto voluto non essere in grado di leggere perché mentre mi occupavo di una operazione lunga e complicata per strada (buttavo il vetro nei vari bidoni della differenziata, quindi uno per il vetro marrone, uno per il vetro bianco, uno per il vetro verde) il mio occhio è caduto con orrore sul cartello che diceva che era vietato buttare il vetro di domenica e nei giorni festivi. Quel giorno era festa, Corpus Domini, il preziosissimo sangue, un horror solenne. Ero lì lì per fermarmi e scappare quando ho sentito un signore che diceva da una finestra lì vicino: "E cosa abbiamo noi qui?". In italiano, anche se parlava tedesco. Ho svuotato in fretta la mia ecologica busta di iuta e sono fuggita via.
Infine. Qualche settimana fa ero in cucina al buio e mi stavo scolando un bicchiere di vino per i fatti miei. A un certo punto, giro la testa verso il palazzo di fronte e vedo una finestra illuminata e dentro un uomo, sembrava seduto a guardare la TV. OK, bevo, vado in camera, faccio un paio di cose e ripasso in cucina. Qualcosa non tornava. Guardo di nuovo di fronte e il tipo era lì, immobile, ma immobile come un morto. Oddio, è morto, mi dicevo, ma non sapevo che fare. Non sono riuscita ad avvicinarmi alla finestra per vedere meglio. Ogni volta che passavo dalla cucina il mio occhio non poteva evitare di cadere lì. Non voleva vedere, ma guardava. E mi dicevo: non è possibile che veda la TV così immobile, sempre nella stessa identica posizione. Lo guardavo qualche secondo e poi dicevo: dai, fai qualcosa, muoviti, cazzo. Per qualche giorno ho vissuto con un fantasma in soffitta, lo salutavo pure prima di andare a letto.
Solo qualche sera dopo ho preso coraggio e mi sono avvicinata alla finestra per vedere meglio.
L'uomo immobile era un poster.
Montag mi ha preso in giro per giorni dicendo che sono pazza.
Già, Montag. Cosa fa Montag? Ve lo dico io cosa fa.
Ci vediamo ogni sera su skype, mi manda l'orsacchiotto, tutto molto bello. Poi però all'improvviso davanti alla telecamerina mi mette una fototessera con la bella faccia di Apa, il quale anni fa aveva distribuito immagini di sé come fa il parroco coi santini alla festa del patrono. E Montag la fa parlare. Fa parlare una fototessera in dialetto bresciano la sera, poco prima che io vada a dormire. Una volta l'ha fatta anche parlare con una cartolina di Camus che fuma una sigaretta. E mi chiedo, in fondo, come altro dovrei stare?

lunedì, agosto 02, 2010

Mille anni avanti



Jamie Livingston.
Regista, fotografo, circense.

Qui trovate un sunto della storia
Nel 1979 decide di cominciare a fare foto, una polaroid al giorno.
E le colleziona.
E traccia un segno, della propria vita.
Non di quella che vorrebbe fosse. Non quella che vorrebbe che gli altri pensassero che fosse.

Non è facebook.
Non è la manifestazione forzata di noi stessa, non è la sua ansia di esistere e di esistere in un certo modo.
Non sono foto in pose bizzarre per sembrare fighe o fighi, con la bocca corrucciata, l'inquadratura di tre quarti dall'alto. E no non sono foto del cazzo fatte ai gatti, magari con quel tocco di filtro digitale che fa tanto "ho un anima d'artista".
Non è neppure la reiterata copia giorno per giorno di se stesso.
E' un documento.
E' qualcuno che aveva qualcosa da dire, non da gridare.
Qualcuno che ha pensato al messaggio, al contenuto prima che al mezzo, che ha trovato uno strumento che si confacesse al messaggio.
Qualcuno che poi l'ha portato avanti fino alla fine.

Non come chi si compra la reflex figa, e poi fa foto del cazzo o non ha niente da dire.
L'accesso alla produzione artistica poteva creare il paradiso, ma la diseducazione all'intelligenza e ai contenuti ha creato un mostro. La nostra generazione.
E mi fa ribrezzo. Questa generazione di artisti del cazzo, ognuno un artista, ognuno con qualcosa da urlare, di significativo.
Chi si crede un grande autore, chi un fotografo, chi un musicista, un pittore o chi solo un grande animo sensibile.
La sovversione del principio artistico.

Ognuno in cerca di uno spazio, in cerca di qualcosa che ne attesti l'esistenza, come se guardare in faccia le persone non bastasse più.
E devi dirlo a tutti che musica ascolti, e più oscura e peculiare è meglio è.
E devi dirlo a tutti che cosa fai, devi farlo sapere a tutti quanto sei sagace.
Perchè altrimenti godi solo a metà, o forse anche per nulla.


Sì, oggi ho le palle girate.