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lunedì, gennaio 30, 2012

La vita cambia



Nuovi usi, nuove abitudini. La vita cambia, per tutti.Cose che non immaginavamo poter fare diventano all'ordine del giorno e ci capita di pensare che il tempo che scorre sia un inesorabile progresso.
Il mondo diventa ogni giorno piu' piccolo, si comunica in ogni angolo del globo.
Possiamo giocare con dei videogiochi ognuno a casa propria. Possiamo scattare foto in ogni istante. Possiamo parlare gratuitamente tra Italia e Giappone, condividere foto, film.

E in questo avanzare non ci rendiamo conto di quelle piccole cose che spariscono, che non facciamo piu', che i nostri figli non conosceranno, che i nostri nipoti avranno del tutto dimenticato e manco potranno immaginarsi, cosi' come noi a fatica possiamo concepire come passava il tempo nostro nonno, i nostri prozii.

Fermiaci un attimo a riflettere quindi, a piangere il lutto di cento e mille piccole cose.
Rendiamoci conto, per esempio, di come l'estrema diffusione del cellulare ci abbia privato dell'ingenuo piacere di lanciare qualcuno vestito in una piscina.

lunedì, maggio 30, 2011

I poteri che non controlli



Tutte le estati, in Italia, ogniqualvolta l'afa estiva si insinuava fin nella gola, come un rituale vuoto ed empio, scendevo in cantina a prendere il mio fido ALASKA. Il mio climatizzatore portatile sottocosto.

Bastava accenderlo per quella giornata, giornata e mezzo e le giornate cambiavano, pioggia, freddo, fine anticipata dell'estate. A giugno.
Regolarmente.

Fino ad oggi mi è rimasto il dubbio se fossi io, oggetto di qualche particolare scherzo del dio del clima (Asfaragys) o se fosse il mio ALASKA ad essere un attrezzo che fosse climatizzatore nel vero senso, letterale, della parola.

Finalmente, grazie al Giappone (che mi sta aiutando a trovare tante risposte), ho trovato pace.
Pochi giorni fa ho acquistato ben due paia di scarpe super estive per far fronte alle temperature tropicali di Tokyo che già mettevano a dura prova le mie ghiandole sudoripare.

Ora dopo giorni e giorni di pioggia ci avvisano che sta per arrivare un bel Typhoon.

martedì, febbraio 01, 2011

La roba


Riprendo un po' il post di Thesp, sull'affrancarsi.
Ma anche una routine di George Carlin che parla della roba, la roba di tutti noi. La roba che ci portiamo dietro, la roba che possediamo, che lasciamo a casa.
Di come la casa sia il posto di dove ci sia la nostra roba, dove la custodiamo.
Che il nostro livello di benessere e di rilassatezza dipende da quanto siamo circondati da roba nostra.

Una cosa che mi e' sempre piaciuta dello studiare la storia, la storiografia, e' l'analisi della forma mentis dell'uomo nelle diverse epoche. E' cosi' difficile riuscire a pensare come un uomo di un'altra epoca, non ci viene spontaneo.
Non tanto i concetti, quelli capiamo che sono diversi, ma i meccanismi, i processi mentali, fondamentalmente ci immaginiamo un uomo moderno, con strambe idee sulla religione e sullo stato del mondo e della scienza: ecco l'uomo romano. Niente di piu' sbagliato.

In realta', il rapporto con la "roba", col possesso, e' probabilmente una cosa che era percepita molto diversamente anche solo fino a un paio di secoli fa.
Quando un uomo fondamentalmente considerava proprio possesso quel che portava con se'e quello che lo faceva sopravvivere. Quindi un concetto diverso di tempo.
In cui fondamentalmente l'idea di vita era quella di una gara di resistenza.

Ora le cose sono diverse, ora e' quel che possiedi che ti definisce, o quel che non possiedi.
Anche i radical chic alla Thesp, o gli eremiti alla Razzi.
O i geni alla Apa.

Mi domando perche' e mi rendo conto che se mi stacco dal concetto di possesso, di consumo, mi rendo conto di come mi stiano fregando.
Di come mi stiano nascondendo che io debba morire, e di come mi stiano rubando il tempo per averne di piu'. O meglio, di come mi stiano assotigliando il tempo, annacquandolo. Puoi avere tre volte il tuo tempo, ma lo devi passare alienato dalla tua sopravvivenza, da cio' di cui hai bisogno, sei passato al livello successivo. Ora dai tempo per il tempo, abbiamo creato un sistema talmente complesso che ci ha fottuto.

Non abbiamo abolito la schiavitu', l'abbiamo solo resa universale. Non esistono padroni, non esiste liberta'. Credo ci possa essere qualcosa di meglio di questo.

mercoledì, dicembre 15, 2010

Back to the present




E' stato ritrovato un sondaggio naufragato al largo di un tempo passato.

Alla domanda SEI PREOCCUPATO PER IL FUTURO avete risposto così:

Sono terrorizzato: 5 (29%)
Sono piuttosto preoccupato: 4 (23%)
Ho qualche timore ma ce la farò: 4 (23%)
Non è una cosa a cui penso: 0 (0%)
Sono speranzoso: 2 (11%)
Sono sicuro che andrà tutto come ho sempre sognato: 2 (11%)

Mettiamo assieme le prime due risposte per verificare che metà degli Aparazzini è seriamente preoccupata per il futuro, il 52% della popolazione.
La terza risposta rivela la frangia pragmatica del blog, coscienti delle difficoltà e tuttavia determinati ad affrontare il futuro, sono il 23%.
La quarta risposta mostra il dato più interessante: tutti senza esclusione pensano al tempo a venire, in un modo o nell’altro è un fattore fondamentale sia per Apa, sia per Ignazio. Nessuno aveva fatto il gallo e questo dimostrava che la rimozione delle risposte brillanti stava dando i suoi frutti (prima dell'arrivo del nuovo sondaggio).
La quinta e la sesta risposta dicono che tra di noi vive una minoranza di ottimisti i quali si dividono tra coloro che si affidano alla grazia divina e quelli che portano occhiali a lenti rosa.

Ho ripensato al concetto del tempo in rapporto al fenomeno della prescienza, ovvero del vedere il futuro. A me è capitato di vedere il futuro due volte, attraverso un deja vu. Alla terza occasione, per verificare di non essermi illuso, ho rivelato a un mio amico quel che sarebbe accaduto da lì a qualche minuto e l’esperimento è andato a buon fine.

Wikipedia sul deja vu:

Collegamenti a disturbi mentali:
[...] La possibilità di una correlazione ha condotto alcuni ricercatori ad ipotizzare che il déjà vu è forse un'anomalia legata ad una temporanea e scorretta diffusione degli impulsi neurali nell'encefalo

Parapsicologia:
Il déjà vu sarebbe associato a presunti fenomeni di precognizione, chiaroveggenza o percezioni extra-sensoriali, ed è stato frequentemente citato in tale ambito come una presunta "evidenza" delle abilità "psichiche" della popolazione generale

Essendo di indole razionale rifiuto l’equivalenza tra inspiegabile e sovrannaturale. Trovatomi di fronte a questo fenomeno ho dovuto formulare una ipotesi per calmare l’ansia e quei disordinati impulsi neurali.

Ecco l’ipotesi basata su quasi nulla di scientifico.
In fisica il tempo è solo una coordinata in uno spazio a 4 dimensioni, lo spaziotempo.
I punti dello spaziotempo sono detti eventi e ciascuno di essi corrisponde ad un fenomeno che si verifica in una certa posizione spaziale e in un certo momento.

Partiamo dal presupposto che lo spazio viene percepito elaborando informazioni sensoriali attraverso il cervello ed estendiamo l’analogia alla quarta dimensione, quella del tempo.
Se la percezione dello spazio è l’interpretazione di una realtà che si estende oltre la portata dei sensi, la percezione del tempo è l’interpretazione di una totalità elaborata solamente in proporzione alle nostre capacità.
Se avessi gli occhi di un felino potrei evitare di accendere la luce per andare in bagno la notte, se avessi il ciclo di vita di un moscerino lunedì sarei nella culla, martedì a un colloquio di lavoro e domenica sotto due metri di terra.
L’esperienza del tempo, come l’esperienza dello spazio, è una questione di capacità elaborativa.

In un modello insiemistico dello spazio il cerchio del nostro orizzonte sensoriale è la frontiera di questa capacità, nel modello temporale l’istante è l’unità di capacità elaborativa delle percezioni sensoriali: quante informazioni alla volta sono in grado di elaborare. Se il cervello umano fosse un computer questa misura corrisponderebbe probabilmente alla frequenza del processore.

Preso questo per buono, il fatto di vedere il futuro è un problema dovuto all’elaborazione non sequenziale di informazioni: come saltare una riga durante la lettura, accorgersene, ritornare alla riga giusta e infine arrivare a rileggere la stessa frase dandole finalmente un senso grazie al contesto.

Avevo anche un climax finale, ma per non fare il solito post lungo lascio cadere e concluderò nel prossimo con questo tema: quando l’imprevedibilità del futuro mette i bastoni tra le ruote alla religione.


martedì, settembre 21, 2010

Montisola



Penso di aver trovato un elemento comune a molti dei miei incubi.
Montisola.
Ridente, ma anche non troppo, isolotto lacustre nel lago d'Iseo. L'isola lacustre più grande d'Europa, dicono.

Non so se sia effettivamente così o questa idea, che sia un elemento ricorrente, sia una suggestione dovuta al sogno stesso.
Faccio sempre più fatica, con sonno e veglia che si confondono, a tracciare contorni netti a ciò che dovrebbe essere un pensiero conscio e ciò che invece ha il sapore appagante dei processi nascosti del mio cervello.


Ad ogni modo.
Incubi.
Montisola.

Come mai?
E' una cosa che mi spiego fin troppo facilmente. E la facilità con cui me lo spiego mi rende sospettoso.
Qualcuno avrà notato la mia costante fissazione con il tempo, quella paura dell'irreversibilità delle cose, quel senso di frustrazione e impotenza di fronte all'implacabilità dello scorrere dello stesso.
Ecco, a Montisola i traghetti ci sono fino ad una certa ora, le dieci, le undici. Poi ricominciano al mattino. Mi ricordo che da piccolo, giovane, la cosa mi colpì molto.
Rimanere bloccato sull'isola per un ritardo.
La mannaia inesorabile del tempo.

Ed è così che forse da anni alcuni dei miei incubi migliori sono ambientati lì. In quel luogo temporaneo ed instabile, a scadenza.
Un po' come tutti i luoghi, in fin dei conti.
Anche se ci piace pensare che non sia così. E mentre il nostro nido, la nostra casa, ci aiuta nella sua omogeneità dei tempi, degli spazi, a dimenticare questo fatto.
Altri posti, come Montisola, invece ce lo ricordano fin troppo bene.