Quanto e perchè ci tocchi la morte di una persona famosa, non è facile spiegare. Immagino che, in parte, a forza di sentirne parlare, il personaggio famoso esca dalla schiera degli sconosciuti, diventando familiare. Così la sua esistenza lo rende parte integrante di un presente che, alla sua dipartita, mostra tutta la sua natura effimera, ricordandoci che siam tutti diretti lì. Chi poi si appassiona alla vita, alle opere di un'altra persona, probabilmente sente un legame più profondo, sebbene ovviamente univoco. Per certi aspetti, sopratutto nel campo artistico, la tristezza può anche esser giustificata dalla consapevolezza che non ci sarà più una nuova opera da scoprire, da godere. Lo show è finito, non ci saranno bis.
Certo, le sue canzoni più famose probabilmente le conosco, se non altro per averle sentite da qualche parte, alla radio, o di sfuggita, come sottofondo di uno spot televisivo o di un servizio, ma non posso dire di aver mai seguito l'artista che era Lucio Dalla.
Eppure egli ha creato un suono che riverbera nell'infinito, un afflato di trasporto assoluto per la musica, impossibile da verbalizzare. Senza di lui non avrei mai potuto sentire Razzi appropriarsene e cantarlo a squarciagola, e il mondo avrebbe un sorriso di meno.
Mattino presto, cammino per strada, devo andare ad aprire la casa nuova ai traslocatori.
Cammino in discesa, non c'e' quasi nessuno lungo la via, e' presto.
Qualche ristorante si sta preparando alla giornata.
Un vecchio sale verso di me, qualcosa di lui mi cattura lo sguardo.
Si avvicina, sembra dinoccolare, sembra vacillare, sembra cadere.
Si contorce, si accascia, e' a un metro da me.
Mi guarda negli occhi.
Rovina al suolo.
Muore.
E non riesco a togliermi dalla testa il rumore sordo e cupo della sua testa che sbatte sul marciapiede mentre il suo corpo si avvita su se stesso all'improvviso.
Il suo volto invece e' una maschera che non ricordo se non per tratti spaventosi.
I suoi occhi pure.
Avrei potuto afferrarlo.
Invece mille pensieri mi bloccano quando sono qui, non mi muovo e basta, penso a come possa essere letto il mio gesto, penso di poter sbagliare, di venire frainteso.
Avrei potuto alzargli le gambe.
Avrei potuto sistemargli la testa.
E invece non ho saputo far di meglio che far rumore, chiamare gente, battere sui vetri dei ristoranti per indicar loro una marionetta spezzata che ad occhi aperti giaceva arrotolata sul marciapiede.
Avrei potuto tastargli il polso, controllare il battito, chiamare veri soccorsi.
Sistemargli la lingua in bocca, tentare la respirazione artificiale come una ragazza accorsa.
E invece non facevo altro che sentire il mio disagio, il mio impaccio.
E una sorta di paura e di disgusto per quel corpo puramente corpo. Quegli occhi aperti e ciechi.
E me ne sono andato con le mie borse, la mia impotenza e la mia inettitudine. Sperando che qualcuno capisse.
Nella mia testa, fin da bambino, in certe situazioni, di fantasia, di incubo o di sogno, sono quello che tira fuori le palle.
Qui invece ho fatto una specie di gesto, e la mia faccia stupita e goffa e' probabilmente l'ultima cosa che ha visto.
Recentemente, l'avrete sentito anche voi, Gisele ha fatto una serie di dichiarazioni importanti. Mi piace citare quella che è la summa del suo pensiero "Fate pipì sotto la doccia per salvare la terra".
Un inno al risparmio delle risorse idriche, all'ecologia e un primo passo verso la coprofagia, immagino.
A parte che credo che l'ecologia sia la bufala del nuovo secolo, dove la religione è la bufala dei secoli scorsi.
A parte che mi fa morire la risposta di Luttazzi "Io non solo piscio nella doccia per salvare la terra, io cago pure nella vasca, per salvare l'universo".
A parte che non riesco a spiegarmi perchè tutto sommato l'idea che Gisele pisci nella doccia la trovi in un certo qual modo carina, frizzante, piccante, mentre l'idea di, che ne so, un Byfluss, un Razzi, che mi pisciano nella doccia la trovo assolutamente ripugnante.
A parte tutto questo, vorrei parlare di Rudy.
Rudy è un tizio, americano, ex compagno di casa di Ergo che è morto. Morto in un incidente stradale dietro augurio di Ergo che gli ha scagliato mille maledizioni per mille e una ragioni ma soprattutto per una. Gli pisciava nella doccia.
Dopo le dichiarazioni di Gisele, quindi, vorrei che la storia di Rudy non venisse più raccontata come "Rudy, il ragazzo che Ergo ha ucciso perchè gli pisciava nella doccia" ma "Rudy, il ragazzo che Ergo ha ucciso perchè tentava di salvare la terra".
Il che fa di Ergo un personaggio da annoverare non tra i villain da strada (Joker, Goblin, Catwoman, Buffoli) bensì tra i grandi super criminali, come il dottor Destino, Lex Luthor o Massimo Moratti.
Un giorno di circa un mese fa ero malato a casa e convinto di stare per morire ho cercato un modo originale di accelerare la fine. Il momento era buono per fare quello che avrei voluto fare da tempo: la playlist più triste del mondo.
Nonostante i buoni propositi continuavo a trascinare questo dovere e non c'erano più scuse. In tutta sincerità vi dico che ho passato una giornata di merda e se non sono morto per malattia o per tristezza vorrà dire che ne sono uscito fortificato.
Non ho pubblicato subito questa sequenza di struggenti litanie del cuore perché dopo una giornata passata letteralmente in lacrime non avevo più la forza di pensare nemmeno a un commento. Così l'ho lasciata a macerare fino al recupero e oggi che mi sento di aver in briglia le emozioni posso trottare quei due metri che restano.
Il tema di questo Aparazzi Mix è "la canzone più triste del mondo". Il titolo è preso da un simpatico film di Guy Maddin di cui vi consiglio la visione. Abbiamo parlato in passato delle emozioni che una canzone può produrre, ci siamo domandati quali siano esattamente gli elementi che provocano il tilt, quali sfumature può avere la tristezza. Lo abbiamo fatto davvero o me lo sono sognato? Ad ogni modo facciamolo ora. E' la melodia? Sono le parole? Il ricordo di un momento? Di sicuro qualcosa che fa risuonare le corde più intime, annoda lo stomaco e spinge verso la gola.
Trovate qui a fianco la mia personale lista che non necessariamente entrerà in fase con la sensibilità di ognuno. La domande che vorrei porvi sono queste: Qual'è la vostra canzone più triste? Che cosa esattamente vi emoziona e vi fa piangere in una canzone?
Sottoponendomi a questa volontaria espiazione mi sono in parte risposto. I principe della mia tristezza e vincitore del concorso per l'uomo più morte dell'anima si chiama Nick Drake. Per tingere l'umore di nero le canzoni tristi si appoggiano spesso ai temi classici: il dolore per una perdita, un amore impossibile, la nostalgia di qualcosa o qualcuno, un destino sfortunato, una infanzia difficile, l'apatia, la difficoltà di essere diversi, gli orrori della guerra, i mali dell'umanità.
In One of These Things First di Drake ho trovato un pugnale più subdolo: la paura di essere, più precisamente la solitudine e l'angoscia di essere un individuo, di essere una cosa in particolare e non tutto, la nostalgia per quello che non si è, l'incapacità di afferrare la vita. Oltre l'apparente leggerezza della musica, nelle parole di questa canzone si rivela la terrificante impossibilità di giustificare la propria esistenza, si allarga l'orizzonte all'infinito e si apre un vuoto immenso nel tentativo di immaginarsi come qualcuno o qualcos'altro.
I Could have been a sailor, could have been a cook A real live lover, could have been a book I could have been a signpost, could have been a clock As simple as a kettle, steady as a rock I could be here and now I would be, I should be But how? I could have been one of these things first
Guardando ad altre canzoni della lista trovo che il tema esistenzialista e nostalgico ricorra. Belle & Sebastian, che sono seguaci di Drake, propongono un quadro meno astratto e più esplicitamente depressivo:
Anthony walked to his death Because he thought he'd never feel this way again If he goes back to the house then things would go from bad to worse What could he do? He wants to remember things exactly as he left them on that funny day And if there is something else beyond, he isn't scared because It's bound to be less boring than today It's bound to be less boring than tomorrow
se non fosse per la squisita melodia e la strumentazione originale le parole dei Beirut in Poscards from Italy potrebbero apparire banali:
The times we had Oh, when the wind would blow with rain and snow Were not all bad
Qui è l'attacco di marcia della sezione ritmica sul gemito della voce a innescare il magone. Persino quel pagliaccio di Adam Green è capace di tirare fuori la lacrimuccia con un testo tanto naive quanto sincero in Can You See Me:
Look, look, look at me doing this Look, look, look at me doing that Look, look, look at the way that i am
[...]
But if everyone is coffin-bound Then I'm so scared of being not around I'm so scared to never make a sound I'm so scared of being underground
Can you see me?
Il pericolo nell'etichettare canzoni come commoventi capolavori di rara tristezza è che il limite tra profondo flusso catartico e imbarazzante sproloquio lagnoso è molto sfocato. Questo problema era indirettamente emerso in un vecchio post di Ergo. Essendo affascinato dal grottesco ammetto la coesistenza dei due aspetti e gioco sul confine.
in Beautiful Boyz, Cocorosie e Antony volutamente sopra le righe cantano:
Born illegitimately To a whore most likely He became an orphan Oh what a lovely orphan He was sent to the reformatory Ten years old was his first glory Got caught stealing from a nun Now his love story had begun
il testo ricorda una canzone di Nick Cave che inizia così: O My O My What a wretched life I was born on the day That my poor mother died I was cut from her belly With a stanley knife
Questi sono casi estremi, ma è un punto interrogativo anche la più nota Stan di Eminem:
[...] you coulda rescued me from drowning Now it's too late - I'm on a thousand downers now, I'm drowsy and all I wanted was a lousy letter or a call I hope you know I ripped all of your pictures off the wall I love you Slim, we coulda been together, think about it You ruined it now, I hope you can't sleep and you dream about it And when you dream I hope you can't sleep and you scream about it
Si piange o si ride? O entrambe le cose? Anche una canzone d'amore può commuovere oppure risultare melensa e affettata. We Both Go Down Together dei Decemberist's parla di un classico suicidio di coppia.
Meet me on my vast veranda My sweet untouched Miranda And while the seagulls are crying We fall but our souls are flying
And oh, my love, my love We both go down together
Alcune canzoni mi commuovono pur non capendole, un esempio è la misteriosa Beneath the Rose di Micah P. Hinson.
Altre sono talmente disturbate che è difficile non esserne colpiti. Jeff Magnum dei Neutral Milk Hotel scrisse un album pensando ad Anna Frank, tanto per andare sul leggero, condito di immagini lynchiane.
Oh comely I will be with you when you lose your breath Chasing the only Meaningful memory you thought you had left With some pretty bright and bubbly terrible scene That was doing her thing on your chest
[...]
Goldaline, my dear We will fold and freeze together Far away from here There is sun and spring and green forever But now we move to feel For ourselves inside some stranger's stomach Place your body here Let your skin begin to blend itself with mine
In compagnia di Jeff Magnum troviamo Sufjan Stevens che ci racconta di John Wayne Gacy Jr., il serial killer che, travestito da clown, seviziava bambini:
He dressed up like a clown for them With his face paint white and red And on his best behavior In a dark room on the bed He kissed them all
All'opposto troviamo i grandi classici impermeabili alle critiche: Stand By Me, Yesterday, Perfect Day, Everybody Hurts e la famosa cover di Hurt nell'interpretazione di Johnny Cash. Quest'ultima dimostra che il significato delle parole dipende anche da chi è a pronunciarle.
Su questo concludo l'arringa, ringrazio chi ha contribuito con suggerimenti, vi invito ad aggiungere le vostre riflessioni sull'argomento e spero di essere riuscito a strapparvi almeno una lacrima.
"I sorteggi non li devono fare!" "Vinciamola assieme!" "Passo a salutare l'arbitro prima della partita, gli porto un saluto." "Questo clima di cordialità, che sappiamo solo noi"
« Caro Cipe,
non sono riuscito a dirti quello che volevo, per paura di farti capire che il tempo era inesorabile e la malattia terribile. Scusami, ma credo che ti debba ringraziare soprattutto per la pazienza che hai sempre avuto con me. Per i tuoi occhi che sorridevano, fino alla fine, ai miei entusiasmi o all’ironia con cui cercavo di superare insieme a te momenti difficili. Pochi giorni fa, pochissimi, mi parlavi con un filo di voce - e con l’espressione di chi ti vuole bene - dell’Inter, proiettando il tuo pensiero in un futuro che andava oltre le nostre povere, ignoranti, possibilità umane. Qualche mese fa ti chiedevo un po’ scherzando un po’ sul serio come mai non riuscivamo ad avere un arbitro amico, tanto da sentirci almeno una volta protetti, e tu, con uno sguardo fra il dolce e il severo, mi rispondesti che questa cosa non potevo chiedertela, non ne eri capace. Fantastico. Non ne era capace la tua grande dignità, non ne era capace la tua naturale onestà, la sportività intatta dal primo giorno che entrasti nell’Inter, con Herrera che ti chiamò Cipelletti, sbagliandosi, e da allora, tutti noi ti chiamiamo Cipe. Dolce, intelligente, coraggioso, riservato, lontano da ogni reazione volgare. Grazie ancora di aver onorato l’Inter, e con lei tutti noi. »
Beh, una persona muore e Moratti scrive una lettera pubblica che dovrebbe essere di condoglianze ma invece parla dell'inter. Della loro onestà.
Già mi parve qualcosa di squallido allora. Alla luce di queste "nuove" intercettazioni... non so più cosa pensare del "signore" Moratti.
E va bene facciamo questo sforzo. Il problema vero non è non avere niente da dire è averne troppo e non riuscire a trattenersi. Mi han detto di non diventare un secondo Razzi, ma solo essere la sua metà mi basterebbe. Occhio non la sua metà in quel senso, intendo nel valore, nel contegno, in qualità insomma.
Volevo come al solito parlare di morte ed era un po' che immaginavo come scrivere un post intitolato Il primo funerale in cui raccontavo come a trent'anni ho assisto alla mia prima celebrazione, come tutto pimpante e ben vestito da primo giorno di scuola sono andato alla messa e ho visto tutti i parenti che non conoscevo e in finale ho avuto le mie aspettative brutalmente deluse.
Ma mi rendo conto che se voglio essere almeno la metà di qualcuno non posso permettermi questo profilo, perché qua pochi la prenderebbero nel verso giusto. O devo sbattermene del pubblico come faccio di solito? La prossima volta magari, c'è un sacco di tempo.
Per adesso pensavo al destino e ieri proprio su questo pensiero ho gettato il sale in pentola e sul fondo i grani hanno formato un teschio. Una bella forma di teschio come nei fumetti. Non è che mi sono spaventato, un po' me l'aspettavo che prima o poi sarebbe successa una cosa del genere. Per deviare il messaggio ho pensato ai tarocchi, quando ti dicono che la carta della morte può anche portar bene, la torre è quella brutta cattiva. Fortuna che non ho lanciato il sale a forma di torre fiuuu.
Ma avevo detto la morte no. Ok.
Allora io qui vivo nel quartiere nero, little africa. Tra le varie peculiarità della cultura locale la mia attenzione si è focalizzata su un dettaglio speciale. E' speciale perché è una di quelle tipiche cose che mi portano istantaneamente a sviluppare una brillante teoria quasi certamente falsa. Dico brillante perché quando raggiungo la fine del ragionamento mi sento illuminato, è una piccola soddisfazione che mi dò da solo, un micro seghino. Condividere questa cosa non è una grande idea, quando l'ho raccontato alla mia ragazza mi ha guardato proprio come se lì davanti a lei mi stessi facendo un micro seghino.
Allora ecco qua. Ho notato che molti bambini di colore adorano l'Uomo Ragno. Hanno lo zainetto dell'uomo ragno, le scarpette dell'uomo ragno, il cappellino dell'uomo ragno, la felpina dell'uomo ragno, l'astuccino dell'uomo ragno, il quadernino dell'uomo ragno, hanno proprio tutto dell'uomo ragno, gli manca solo di sputare dai polsi.
Ma perché l'Uomo Ragno? Perché non Superman? Perché non Batman? Perché non Wolverine o Hulk? L'idea che mi sono fatto è che inconsciamente questi bambini possono identificarsi più facilmente con un supereroe mascherato, completamente rivestito da capo a piedi, senza un centimetro di pelle scoperta.
Superman è il prototipo del dominatore bianco tutto impettito e leccato, Batman è un altro borghesotto che fosse vissuto tempo fa sarebbe stato colonialista, Wolverine anche lui troppo bianco e Hulk dal canto suo cangia verso il colore sbagliato. Cosa ci resta tra i supereroi classici? Capitan America? Magari no. La Cosa potrebbe candidarsi, ma chi vuole identificarsi con un ammasso di pietre dalla fisionomia paleolitica?
Poi non venite a parlarmi di Blade o di qualsiasi altro stronzo supereroe di questa lista (che mi sono informato prima di scrivere stronzate), perché capite anche voi che a confronto con l'Uomo Ragno chi cazzo sono questi?
Vi dicono qualcosa nomi come Afro Samurai, The Brown Hornet, Afrikaa Ngala? No? Strano.
Allora il bambino di colore si concentra sull'Uomo Ragno perché non è un fighetto col ferrarino e gadget multimilionari, non ha un mantellino floscio appeso al collo e non si spara tante pose.
Finché l'atletico e sinuoso Spiderman continuerà a saltare da un palazzo all'altro ondeggiando come un orango sui fili di ragno, scalando grattacieli e combattendo i cattivi, i bambini del mio quartiere lo ameranno. Perché se possono ignorare il fatto che quello che fa è impossibile allora possono anche ignorare che dentro a quella calzamaglia integrale c'è Peter Parker. E poi pensateci: i ragni sono neri.
Tutto questo per dire che i fumetti sono razzisti, soprattutto i classici. Dove sono i supereroi Cinesi? E i supereroi gay? Ma sì, sono sicuro che adesso me ne tirerete fuori qualcuno, ma non saranno mai all'altezza dell'Uomo Ragno.
Per venire incontro ai vostri gusti ho inserito una bella immagine a inizio post. Questo post doveva intitolarsi altrimenti, ma ho promesso a S.A.B. di usare il suo SMS di incoraggiamento come titolo. Non sono pessimista, ma di tanto in tanto anche io ho le mie inquietudini, mica solo Apa.
Al Razzi l'ultima volta che ci siamo visti gli ho detto che avevo paura di fare un Errore Grossolano. Mi ha chiesto cos'è un Errore Grossolano e gli ho detto che è un gesto innocuo con conseguenze disastrose.
Togliere le gocce di pioggia dallo specchietto della vespa, salire sulla scala mobile con una scarpa slacciata, sporgersi dal balcone per curiosità. Cose che fai senza pensarci, senza sapere che quello è l'ultimo fotogramma.
Quello dopo, che non vedrai, è questo. Primo piano su uno specchietto pulitissimo e poi lo sguardo si allarga su tutti gli altri pezzi della vespa sparpagliati sull'asfalto. E poi altri pezzi ancora, pure questi sparpagliati sull'asfalto, solo che sono rossi viola neri e bagnati e sono pezzi di te. Fossero gialli e fatti a mattoncini avrebbero tutta la gioia del potenziale, di quello che possono diventare e invece così c'è solo la malinconia per quello che sono stati e non saranno più. Il nostro corpo per certe cose non è molto pratico, non si smonta facilmente e quando si cerca di rimontarlo raramente funziona bene come prima, spesso non funziona proprio.
C'è questa canzone dei Crash Test Dummies (ironia del nome) che dice: "how come all my body parts so nicely fit together? all my organs doing their jobs, no help from me". La contropartita per questo miracolo ingegneristico è un'estrema fragilità. Sui siti che parlano di lana ho trovato questo avvertimento: l'infeltrimento è un processo irreversibile. Il momento in cui premo il tasto di avvio sulla lavatrice ho condannato il mio maglione a essere un panno e mai più un maglione. Se prendi un uovo sodo e lo scuoti forte torna come fresco. Ma no, putroppo no.
Sono steso nel letto e dato che la tapparella non l'ho fatta mai riparare la luce entra anche di notte, quella dei lampioni. E sopra il mio corpo a mezz'aria immaginate questo disco metallico lucido e perfetto che riesco a vederci specchiati i miei piedi. Un mese prima mia madre mi ha detto che il mio lampadario era caduto, fortunatamente non c'era sotto nessuno. Avevo fatto fare questa lastra d'acciaio su misura: ottanta centimetri di diametro e un solo millimetro di spessore per moderarne il peso, non ero sicuro che il cavo elettrico avrebbe retto. E infatti.
Ma allora perché quel disco è ancora lì? Un millimetro di spessore, cinque chili di peso, due metri da terra, acciaio inox. Visualizzo una scena da Papillon, la scena della ghigliottina e mi chiedo se sia questo il mio Errore Grossolano e mi dico che la moquette l'ho sempre odiata, ma che toccherà comprarla perché conoscendomi sarò troppo pigro per arrampicarmi sulle sedie quando non avrò più le gambe e già penso al Giappone e ai suoi tavoli bassi, penso positivo.
E' dunque questo il mio errore, The Big One? Se così fosse vorrebbe dire che un EG (chiamiamolo così d'ora in avanti) non è necessariamente commesso l'istante prima dell'irreversibile, può essere un'azione o una scelta fatta tempo addietro che si rivela solo successivamente fatale.
Abbiamo quindi due tipi di EG quello esplosivo e quello incombente (Damocle la spada, io il disco).
Per quelli del primo tipo la letteratura è ampia, basta pensare che è stato istituito un premio annuale per i migliori. Ma potrei anche citare la scena che mi raccontò mio padre, a Pechino in qualità di architetto per seguire la costruzione della prima fiera internazionale delle macchine utensili, gli anni settanta. Il cantiere era grande e c'era questa costruzione in tubi che gli operai stavano smontando, guardando in alto a una ventina di metri dal suolo vede un vecchio cinese a cavalcioni su un tubo. C'è qualcosa in questa immagine che lo turba e non capisce cosa, una contraddizione visiva. Poi un brivido di sgomento: quel vecchio con la chiave inglese sta sbullonando il trespolo su cui siede e tra un istante precipiterà nel vuoto, una befana in stallo. Come finisce il racconto esula dal proposito dell'esempio.
Ho letto la prima metà di un libro di Chuck Palahniuk intitolato Cavie, ve lo posso sconsigliare dato che dopo l'introduzione la storia si trascina in ripetizioni irritanti e noiose.
Quello che mi interessa di questo libro è l'esempio di EG che ci racconta un personaggio di nome San Vuotabudella. Questo tizio parla di due fratelli appassionati di masturbazione. Il maggiore è in marina, sempre in viaggio per servizio ritorna periodicamente dal minore a raccontare strabilianti ed esotiche maniere di menarselo raccolte in giro per il mondo. Questa volta gli spiega come gli arabi si infilano una sottile bacchetta metallica nell'uretra con effetti sorprendenti.
Naturalmente il piccolo perverso vuole provare e una sera prima di cena gli viene in mente di prendere una colata di cera dalla candela che ha sul comodino e usarla come bacchetta. L'esperienza è così sconvolgente che si dimentica completamente di essersi carotato il cazzo e quando si riprende è troppo tardi, la bacchetta è scomparsa.
Lo chiamano per cena e cerca di non pensarci più, ma nei giorni successivi comincia a provare dolori mostruosi e a tal punto insopportabili che decide di farsi portare dal medico. Dopo qualche esame si trova costretto a confessare tutto, ormai è in pericolo la sua vita, ha una palla di cera nella vescica che si sta gonfiando come un cumulo di neve assorbendo cristalli di calcio e conglomerandosi in un grosso calcolo. Non voglio nemmeno pensarci.
Tutti i risparmi per il college vengono spesi in una costosa operazione da cui esce umiliato, per uno stupido errore addio alla carriera di avvocato.
Per la cronaca anche San Vuotabudella ha la sua storia di masturbatore estremo, il suo numero lo fa sott'acqua sul fondo della piscina di casa dove se lo mena mentre la pompa dell'acqua gli titilla l'ano. Tutto bene finché a un certo punto, volendo riprendere aria, non riesce più a staccarsi dal fondo a causa di un serpentone bianco-azzurro che sembra tenerlo agganciato al buco della pompa. Facile da intuire quel serpentone è il suo stesso colon rivoltato come una seppia. Cito la soluzione al problema nel caso doveste trovarvi nella medesima situazione.
"Ecco quello che dovete fare: dovete come torcervi, agganciare un gomito dietro al ginocchio e tirare la gamba il più possibile verso la faccia. Poi cominciate a mordere e dilaniare il vostro stesso culo."
Risultato: niente più fagioli, carne, tonno, polenta, qualsiasi cosa con più di due ore di digestione e un fisico da campo di concentramento per tutta la vita.
Queste storie ci dimostrano che a volte l'anelito verso la felicità può far commettere una sciocchezza. Una mossa che ci sembra geniale nasconde in sé una trappola mortale.
E qui torniamo alla domanda che vi siete fatti all'inizio di questo post. So che ve la siete dimenticata, la domanda era: che cazzo è questa foto?
Questo post doveva uscire il 9 novembre, ventennale della caduta del muro di Berlino, ma quel giorno ero occupato a costruire bacchette in metallo e il resto del mese l'ho speso in piscina.
Guardate con attenzione questo filmato.
Ora tornate alla foto lì sopra e fissatela nella vostra mente.
Tanti sono morti tentando di scavalcare il muro di Berlino, quest'uomo invece ce la fa. Grazie al cazzo direte, una rete alta venti centimetri, un valico che in teoria doveva sorvegliare lui stesso. Trascuriamo il livello di eroismo dell'impresa e concentriamoci sul momento immortalato dalla foto: il punto di non ritorno.
L'apice del salto di Conrad Schumann è la vetta della libertà oltre la quale si apre la valle di una vita felice. Questo è quello che pensa il soldato Conrad quel ferragosto 1961 in quell'istante in cui lo vedete sospeso sopra il filo spinato.
Peccato che invece non sia la vetta della libertà ma uno storico EG del secondo tipo. Infatti Conrad per trent'anni vive nella paura di essere punito e nel rimorso di aver lasciato amici e famiglia alle spalle. Poi il muro finalmente cade e Conrad può tornare a casa dopo il lungo esilio. Peccato che parenti e amici non siano dello stesso avviso, lui ha mollato loro e ora loro mollano lui, lui che è scappato, lui che ha tradito. Il 20 Giugno 1998 il corpo di Conrad viene rinvenuto nell’orticello della sua casa a Kipfenberg, appeso a una corda. Conrad si è impiccato.
Questa storia oltre a rendermi triste mi ha molto turbato, tanto che ho avuto il bisogno di aprire le tende e condividere con voi le mie riflessioni. E con questo il breve saggio sugli EG si chiude.
Ora cambiamo tono. Volevo fare un piccolo regalo di Natale ai lettori di Aparazzi, chi sente di non meritarlo ha ancora qualche giorno per ravvedersi prima delle sante celebrazioni. Si tratta di una playlist preparata secondo quel che mi ha dettato il gusto, potete trattare il mio gusto con famigliarità e non risparmiare critiche. Le critiche le ascolto volentieri, poi mi volto dall’altra parte e per un po’ non vi parlo più.
Dopo il tradimento di last.fm, il fallimento di spotify, le occasioni mancate di blip.fm mi sono spostato su grooveshark e funziona benissimo. Funziona ovunque tranne che in Cina... ah no scusate Italia, volevo dire Italia.
Per i pochi rimasti in quel paese o che pensano di tornarci: qui trovate semplici istruzioni per aggirare la censura di Pechino.
Noterete che la selezione ammicca alla frocieria indiefolktronica quindi se non vi piace il genere ahimé sarà carbone. Ho cercato senza sempre riuscirci di lasciare il recente passato alle spalle e di inserire qualche novità. Non la cresta dell’onda ma musica degli ultimi due tre anni, più qualche zombie a sorpresa.
Una panoramica di cosa aspettarsi:
MGMT - pericoloso ammetterlo ma penso che Oracular Spectacular sia l’album più orecchiabile degli ultimi tempi. L’equivalente del primo Franz Ferdinand. Tra qualche anno mi pentirò di averlo scritto e qualcuno andrà in giro dicendo che il mio gruppo preferito sono gli Arctic Monkeys (senza offesa Apa).
Lykke Li - una simpatica svedesina anche lei con un bell’album di debutto: Youth Novels.
The XX – molte aspettative su questo gruppo e troppa attenzione dei media, finiranno nel mainstream e l’unico loro album buono sarà il primo, quindi godetevelo.
The 1900s – relativamente poco noti, melodie allegre a plim plim plim
Jesca Hoop – amabile e poco coperta, se vi piacciono le donne approfondite
Darwin Deez – al limite della zarrata, ma indubbiamente abile. Amico degli MGMT.
Vampire Weekend – se siete stati esposti alle radiazioni a lungo quanto me saltate pure la traccia.
Final Fantasy – non ha ancora prodotto l’album perfetto, ma qualche canzone formidabile sì. Una sera ho giocato con lui a calcio balilla quindi lo metto dentro. I rockettari lo saltino.
The Fiery Furnaces – adorabili insopportabili, quando l’originalità estrema ti può anche rompere seriamente i coglioni. Impossibile ascoltare un intero album senza scagliare il computer dalla finestra. Ciononostante cara ti amo.
Little Joy e Albert Hammond Jr. – che fine han fatto gli Strokes? Ecco quel che ci resta. Comunque non male.
Grizzly Bear – una marea di fan su internet, tutti i critici a favore. La tecnica c’è tutta.
The Books – ho una fissazione per An Animated description of Mr. Maps, non so che farci.
Il resto commentatelo da soli. Io vi lascio un comodo sondaggio per valutare l’impatto di questa aggiunta sonora al blog, niente risposte sagaci stavolta, mi spiace.
"Una bara in casa può sempre servire. Eppure la gente solitamente la compra soltanto a decesso avvenuto, a morto caldo. Io ne ho una persino in cantina, ci metto dentro i formaggi. Non sai come si conservano bene.."
- L'addetto alle onoranze funebri un attimo prima di regalarmi l'ennesima penna biro.
Il pensiero suicida mi affascina e credo un po' mi appartenga. Ma non lo posso sapere. Mi spiego, penso spesso alla morte e vedo spesso il suicidio come un'ottima ultima carta da giocare, ma fino a che non farò parte della nutrita schiera dei suicidi, non penso di poter parlare con cognizione di causa.
Spesso sogno di essere morto o di morire. La cosa è nutrita da un senso di soddisfazione, di rivalsa a volte. Condita dal dolore che lascio, assieme al vuoto, al dubbio, al mistero, al rimpianto. Insomma è una sorta di autopompino, immagino. Una culla.
Il pensiero suicida è strano. Senso di colpa, disperazione, figlie di un senso dell'io smisurato e fragile, o si tratta di arrendersi, di debolezza? E il gesto stoico? La forza filosofica dietro un suicidio, dietro un atto assoluto.
Signori qui si scherza con cose più grandi di noi, e non lo si fa alla cazzo, come i preti, che al massimo lo fanno sulle vite degli altri o sul proprio pisellino e la di lui libido. Si tratta di giocare letteralmente con il fuoco.
Mi domando se alla fine il pensiero di un suicida non sia "Oh cazzo!"