Visualizzazione post con etichetta surreal life. Mostra tutti i post
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giovedì, marzo 15, 2012

Evolution


Conosco gente che non crede nell'evoluzione.
Poca, ma ne conosco.

Dicono, esiste la microevoluzione, non la macroevoluzione. Nessuno ha mai visto un pesce diventare un serpente.

Io invece ci credo.

Credo all'adattamento degli organismi e delle specie.

Vivo l'evoluzione sulla mia pelle.

Sia mentale che fisica.

Esempio del primo caso, come sapete non riesco quasi mai a dormire.
Il motivo e' che penso sempre questioni stressanti, quel che ho da fare, ai problemi che devo risolvere. Ieri era uno di questi giorni, per fortuna che il mio cervello, nel delirio, e' evoluto. Ed ecco che ho cominciato a pensare a Briff. Briff, per chi non lo sappia, e' il mio cucciolo. E' minuscolo, arancione e blu, ha sei zampe il viso simpatico e dei bei baffoni. Non ho idea di che cazzo di animale sia, so solo che cresce all'improvviso, di botto.  E gli viene una faccia un po' da leone. E' molto carino e dolce e mi fa un sacco ridere. Grazie a Briff, pensando a quanta gioia mi da', a come ci divertiamo assieme, sono riuscito a dormire, dopo giorni di assoluta insonnia.

Dal punto di vista fisico invece ho passato 33 anni della mia vita con il simpatico vizio di torturarmi le unghie del mignolo del piede.
Bene sono orgoglioso di informarvi che sono diventate indistruttibili.

giovedì, marzo 08, 2012

Fascino inalterato




E' bello ricevere conferme sul proprio sex appeal e sapere che il proprio fascino rimane inalterato, soprattutto in una specifica fascia demografica.

Qui in ufficio da me ci sono tante receptionist, giovani, carine. E tante "vicine" di ufficio. Sempre giovani, carine, vanno dallo sciatto al tiratissimo.

Poi c'e' la vecchia che viene a ritirare i bicchieri e le tazze per lavarli. Quella alla quale ieri ho detto "Scusi, aspetti un secondo... si ho una tazza da darle" e che ha risposto "Finalmente sento la tua voce".

Per poi aggiungere arrossendo "E' proprio come me la immaginavo: molto sexy".

mercoledì, febbraio 15, 2012

Horror in real life



Ecco cosa succede quando scene da film horror succedono nella vita reale.

lunedì, agosto 15, 2011

I tempi, e non solo, sono maturi



E' giunta l'ora.
Sono pronto.
Posso finalmente parlarne.
Qualcuno si ricordera' una storia simile, raccontata qui sul blog, di quando su un ascensore una tipa trovo' simpatico ispezionarmi il pacco, alla presenza attonita di LK.

E' successo di nuovo. Il mio fascino strabordante ha colpito ancora.

Di ritorno dal mare, l'Odoriko SuperView era quasi tutto prenotato, per cui io e LK ci siamo divisi, separati dal corridoio centrale, ma molto vicini.

Accanto a me, qualche fermata dopo la nostra, si e' seduta una tizia.
Inizialmente un poco ostile, stranamente per il Giappone, si lamenta della mia valigia che le ingombrerebbe il passaggio.

Si siede.
Leggo.
La tipa mangia e beve .
LK dorme.

Mi offre un mandarino.
Gentilmente rifiuto.

Ripongo l'iPad e smetto di leggere.

Sento una pressione sul braccio. E' la tipa che si appoggia. Il viso sulla mia spalla e mi guarda.
Indica LK, critica i suoi tatuaggi.
Il suo dito scorre sulla mia pelle, mi parla, mi assilla.
Le sue unghie mi graffiano, lo fa consapevolmente, lentamente, guardandomi negli occhi.
A volte mi accarezza, il braccio, la spalla, il petto.
Mi dice che devo lasciar perdere mia moglie.
Si offre lei.

Mi mostra il suo corpo asciutto e magro, le sue gambe lunghe in pantaloni fascianti. Mi parla di lei e chiede di me, ride, grida, si appoggia con il corpo, flirta.

Ogni tanto mi colpisce con la mano, schiaffi, sul braccio, sulla mano.
Mi prende la mano e me la graffia mentre mi sorride.
Mi legge il palmo.
Mi tocca la gamba, si struscia, mi sussurra nell'orecchio sibilando "good italian design, I like".

LK e' sconvolta, incazzata.

Io sono choccato.

Di tutto mi sarei aspettato nella vita, ma vi giuro che essere molestato, a 33 anni da una settantaseienne giapponese non l'avevo considerato nella gamma di possibilita'.

Cosa c'e' dopo la cougar? La sabretooth tiger?

lunedì, giugno 27, 2011

Non capire



Ore e ore di registrazione in studio.
Muoi di fame.

Mi dico, vado a prendere qualcosa.
Dico, agli altri, vado a prendere qualcosa. Volete, qualcosa?
Si.
Ok, allora vado.
Vengo anche io, mi dice uno che ha il nome di una religione. Di una setta, per la precisione. Per mantenere il nome lo chiamero' Presbiteriani.

Presbiteriani viene con me. Lavora per me, viene con me.
Prendiamo del cibo, lo porta, si offre di pagare ma pago io.
Nota spese, uno vale l'altro.
Porta le borse e mi precede in studio, che' devo fare una telefonata.

Ritorno in studio e ora sono qui.
Seduto nell'angolo opposto a Presbiteriani che ha messo le borse con il cibo di fianco a lui e segue la registrazione, come tutti, in religioso, appunto, silenzio. Con le borse chiuse. Senza aver dato niente a nessuno.

E non capisco perche'. E non capisco cosa.
Cosa fare.
Cosa succede.
E neppure come.
Come sbloccare la situazione.

Perche' ho una fame greve e volgare e forte. E Presbiteriani sta giocando col fuoco.


EDIT: In un breve momento di pausa indico le borse e lo dico, lo dico che ho preso del cibo. Lo dico e penso che sono le sei e che siamo qui dalle dodici e che non si e' mangiato un cazzo. Lo dico e indico le borse.

Annuiscono tutti.
Bene.
Si voltano e si continua a registrare come nulla fosse.
Bene.
Mi consola tantissimo sapere che ora ne sono tutti consapevoli e siamo tutti aggiornati.

Consola un po' meno il mio stomaco.

WHAT IS WRONG WITH THIS PEOPLE?!

Edit 2:
Ho l'ideona, essendo afflitto da tosse e raffreddore, devo prendere delle pastiglie.
Dico, devo prendere delle pastiglie. Ma per prendere le pastiglie, dico, devo mangiare qualcosa.
Annuiscono.
E avanti con le recording.

Ok. Mi arrendo.
Addio.

lunedì, maggio 09, 2011

Turning Japanese



A volte mi faccio le domande sbagliate.
Il tassista. Il tassista non mi convince.
E burbero e vecchio. Se la prima non mi consola, e la seconda che mi preoccupa.
Guida strano, oscilla, borbotta o rantola qualcosa, di tanto in tanto.
Eccolo che si gira per guardare indietro e asseconda il movimento con il volante dando una sterzata decisa che mi pare persino eccessiva. Soprattutto se consideriamo che siamo su di un rettilineo
Avra notato quanto e vicina l'auto alla nostra destra?
Tossisce e rantola ancora.
E scatta la domanda sbagliata quando stai andando a 140 all'ora verso l'aeroporto di Seoul.
Non e che gli viene un malore?
Il colorito. Non sembra sano.
Quegli sparuti capelli.
Quell'accasciarsi sul volante, e quel rantolo. Quel rantolo che ha tanto il sapore dell'anima che abbandona il corpo a strappi.
Quale la cosa razionale da fare. Da un lato mi preparo ad intervenire qualora la situazione si faccia tesa. Con un guizzo posso essere al volante al primo segno di cedimento, solo che tra come guida e le convulsioni che ha al volante, e difficile leggere la situazione in modo corretto.
La scelta giusta sarebbe probabilmente quella di allacciarsi la cintura di sicurezza.
Ma a meta viaggio, mi domando, rischia di essere un segnale scortese.
Fossi salito e avessi sistemato la cintura e un conto, nulla da recriminare. Ma farlo ad un certo punto, puoi metterci tutta la nonchalance del mondo, ma e un segnale chiaro di poca tranquillita, quasi una critica.
Ed e quando sei li che ponderi quale sia la cosa giusta da fare e sul piatto della bilancia poni da un lato una piccola scortesia e dall'altro la tua sopravvivenza e soprattutto quando il tutto ti pare pure sensato che ti rendi conto che il Giappone ti sta cambiando in modo profondo.

giovedì, maggio 05, 2011

Nuova anche per me


Sono qui che aspetto di imbarcarmi, mi sono seduto in un posto vicino al gate di imbarco.
Ecco peró che una hostess mi chiede di spostarmi, cosa che, per rispetto automatico dell'autoritá, faccio senza nemmeno domandarmi il perché.
La mia curiositá viene soddisfatta subito quando arrivano due tizi enormi, in assetto da battaglia con basco, occhiali a specchio, divisa e giubbotto antiproiettile, coreani, e tre americani. Due in abiti civili, il terzo vestito da Hannibal Lechter, tuta da carcerato e manettone e catene che si incrociano e gli bloccano completamente le mani attaccandogliele al ventre.
Contrariamente a quanto ci ha insegnato il cinema peró il tenore della situazione non é come te lo aspetti, tensione e pericolo.
I tre chiacchierano, il tipo ride, scherza, sembra persino a proprio agio. Fa la battuta quando gli danni un tortino che non puó portarselo alla bocca, gli allentano le manette e se lo mangia.
Parla strano, tranquillo con scatti quasi violenti, ma poi ride e racconta cose che nonostante sia a un paio di metri da me, non riesco a capire.

Vi aggiorno se comincia a mordere qualcuno o tenta la fuga.

domenica, gennaio 16, 2011

Muttley me




La mia ansia ha la capacità di raggiungermi sempre, soprattutto la notte.
O forse sono io che non ho la capacità di sfuggirle.

Fatto si è che devo partire, sono a casa di LK, ed eccomi sveglio alle sei, lucido. Si parla di qualche giorno fa, in Italia.

Al buio, nella sala, in poltrona, con il laptop sulle gambe. E cazzeggio sulla rete, visito siti che conosco, ne cerco di nuovi, mi fermo su di uno in particolare, che adoro.

E sghignazzo.
Rido.
Da solo.
Tanto da farmi lacrimare gli occhi. Ma in silenzio, perchè c'è chi dorme. Una risata alla Muttley, tipo.

E pondero.
Perché c'è 'è qualcosa che mi sfugge, mi elude. Il perché certe cose mi facciano così ridere.
Quale sia il meccanismo che trasformi in risata delle semplici "cose".
Cose come errori di spelling.
Il sito è "Damn you autocorrect", e raccoglie screenshot di messaggi e chat rovinati dal sistema di correzione automatica di iPhone e compagnia cantante.
E lo trovo esilarante.

Ecco perchè rido, sghignazzo e lacrimo. E pondero.

E proprio mentre rido, sghignazzo, lacrimo e pondero, seduto al buio su di una poltrona di pelle, entra mia suocera, la madre di LK.

E' un istante di piena lucidità quello in cui, mentre ci guardiamo in faccia, la mia in una smorfia idiota e con gli occhi velati dalle lacrime, la sua un po' meno rilassata, realizzo che non esiste modo in cui io possa chiarire completamente la situazione. Nè ora, nè mai.

Ad ogni modo, ecco alcune di quelle "cose" di cui parlavo prima:







Qualcuno sa dirmi perchè mi fanno così ridere? E solo la prima volta che le leggo.

martedì, novembre 16, 2010

O' ricuttaro 'nnamurato



Recentemente salta fuori che una mia ex mi odia, o comunque disprezza.
Fin qui niente di male o di strano, voglio dire, mi stupisco che ci sia gente che mi sopporti, figuriamoci le mie ex.

La motivazione mi ha lasciato perplesso.
"Non mi amava davvero... voleva cambiarmi, questo vuol dire che non mi amava davvero."

Ora.
Si fossero fermati alla prima frase, lo potevo pure capire, lo avrei trovato ineccepibile. Mi sembra che i fatti possano essere portati a supporto di questa posizione, non ha funzionato, non ho voluto stare con lei, non le ho dato quel che voleva. Perfetto.

Ma continuano. Sì perchè non è che puoi dire che uno ti sta sul cazzo, che lo odi, disprezzi o comunque porti rancore se il motivo è che questo "non ti ama".
"Socialmente" non è molto sostenibile come cosa, svela la meschinità, l'egoismo, il capriccio che sta dietro a questa posizione. Tutte cose che, per carità, personalmente io troverei assolutamente leggittime, ma capisco che la mia visione della cosa non è particolarmente condivisa.

Ad ogni modo, da questa esigenza nasce quella spiegazione, obbligatoria. Il "voleva cambiarmi", "non mi accettava come sono". Non particolarmente nuova, non originale, e per questo ancor di più stuzzica la mia vis polemica.
Nel senso, parliamoci chiaro, è una cazzata. Una puttanata.
Cioè, una puttanata a prescindere, questa idea che esista un'anima inviolabile, che se qualcuno non sopporta, non gradisce, allora non è "vero amore". A parte che, che cazzo è il "vero amore"? Sembra saperlo solo certa gente. E comunque no, non esiste. Esiste che qualcuno dica chiaramente quel che si aspetta, ciò che vorrebbe, e che qualcuno sia disposto o meno a darglielo. Reciprocamente.

Ma poi, nel caso particolare, non mi sembra molto calzare, e mi pare doppiamente una puttanata.
Tutto ciò che AUSPICAVO, ricordo, era:
I. che visto che aveva fatto due/tre esami in tre anni, finisse in qualsiasi modo gli studi, in modo che si potesse provare in qualche modo a stare assieme.
II. che cercasse di evitare di chiavarsi chiunque passasse a tiro al primo screzio.
III. che, se possibile, evitasse di spegnermi le sigarette addosso quando si incazzava.

Io questo non lo chiamo "cercare di cambiare qualcuno", mi piace pensarlo come... "il minimo sindacale".

Ora, capisco, io sono una persona molto esigente, e il Razzi me l'ha fatto notare.
Forse il punto III era un po' troppo. Fumare, è un vizio difficile da smettere. E io, con la mia carnina bianca, morbidosa e sfrigolante, capisco che sia una tentazione troppo forte da resistere. Voglio dire, ogni tanto, lo confesso, qualche sigaretta sulle cosce, sui polpacci, non mi trattengo e me la spengo pur'io.


Per chi non capisse la citazione del titolo, clicca qui

lunedì, novembre 15, 2010

La libertà come prigione o la prigione come libertà



Per la serie acquisti intelligenti, sono lieto di annunciarvi che a casa mia c'è una nuova, ottima, carta igienica.

Resistente, ben confezionata, ha un pregio particolare.

Da un lato è ruvida, porosa, aggressiva. Dall'altro è soffice, lieve, delicata.

"Delicato" è un aggettivo che odio, perchè è stato scippato all'italiano dalla pubblicità. Assieme a "goloso" (che viene spesso anche invertito, in quanto a significato) deve essere uno degli aggettivi più usati negli spot.

Ma non volevo parlare di questo.
Ma della mia carta igienica doubleface.

Come dicevo, è perfetta per ogni mia voglia, per quando ho bisogno di rudezza, di vigore, di efficienza, ma anche per quando, come tutti, ho bisogno di sentirmi un po' coccolato.

Ma non sempre il momento è chiaro, non sempre ho ben in mente quali siano le mie voglie, le mie necessità.

E mi trovo lì, con un pezzo di carta in mano, ovviamente strappato alla perfezione (vedi link), e pondero.

Pondero se la libertà di scelta illimitata sia davvero ciò di cui l'uomo ha bisogno, o se sia giusto che certe scelte siano fatte aprioristicamente, stereotipatamente, in modo tale da liberare l'uomo dall'ansia del vivere, dall'esigenza dell'espressione della volontarietà.
Insomma, cosa valuto, cosa ritengo più importante? La volontà, la consapevolezza, l'atto cogitante totale, indiscriminato e libero, la riflessione morale, il dubbio ontologico ed etico o piuttosto la felicità, la supponenza etica, l'estetica, il pensiero privo della preoccupazione immanente, indirizzato verso un'arte priva di solidità, una trascendenza astrattiva che tralasci il bisogno a favore della necessità. Sono un uomo anti post moderno o post moderno.

E mentre sono lì, in questo stato di confusione, in genere, o mi sento perso e ho bisogno di punti saldi, o mi sento depresso, e ho bisogno di tenerezza.

Nel primo caso vado per il lato ruvido, nel secondo, per quello soffice.

martedì, ottobre 26, 2010

Ok, vi parlo di Y




Finalmente vi posso parlare di Y.

Y non è il suo vero nome e assolutamente non c'entra nulla con le sue iniziali, pre la cronaca.

Y è una persona che conosco, simpatica, brillante, divertente.
Ex festaiolo, irlandese, battute, idiozie, lavoro.
Lavoro nel senso che lo abbiamo assunto. Bravo, preciso, capace, volenteroso.

Poi ho fatto l'errore di aggiungerlo su FB.

Scopro che oltre a tutto quel di cui sopra odia i gay.
O meglio, non li odia. Trova solo che siano un abominio, come dice la bibbia.
Così, pure, crede che meritino di morire, come tutti gli abomini.
Ma ovviamente spera che si pentano e ravvedano e tornino al signore.

Così pure crede che la terra abbia 4800 anni.
E che non esista l'evoluzione.

Il sabato e la domenica va per strada con cartelli e megafono a predicare e dire a tutti quanto male farà quando bruceremo all'inferno.

Poi si è licenziato.
Vuole vivere in campagna.

Prima di andarsene mi dice come sia giusto, corretto, divino e sacrosanto uccidere a fucilate un medico abortista e la sua guardia del corpo. Come ha fatto tale Paul Hill, recentemente messo a friggere sulla sedia elettrica.

Il motivo? Beh, se uno sta uccidendo dei bambini, in una scuola, tu hai una pistola in mano, che fai?
Mi verrebbe da dire miro alle gambe, ma non credo sia quello il succo del discorso.

Il succo del discorso è che sì, come noi fermeremmo anche sparando un tizio che sta per lapidare una povera donna per sospetto adulterio o per essere stata stuprata, così lui (loro) crede che sia OK fucilare un abortista.

La sfumatura tra fatto reale e fatto supposto, ovvero che l'uccisione di una persona formata è un atto compiuto, mentre l'aborto di un essere in stato pre-fetale è un omicidio solo per fede, per opinione (per quanto sicura, salda, precisa possa essere), dovrebbe fare un mondo di differenza.

Ma qualcosa mi dice che non sia una distinzione che possa essere apprezzata.
Kant a queste persona fa un baffo.

L'estremismo ottunde le sfumature, i concetti.

E questa persona, che per me, non estremista, riesce inconcepibilmente a risultare persino gradevole, al di là di quegli aspetti, immagino solo che un giorno la vedrò sulla prima pagina del giornale mentre degli uomini in blu la portano da qualche parte.

sabato, ottobre 16, 2010

Now what?




Bene.
Now what?
Voglio dire, mi sono sposato.
Ho girato e portato in giro Ergo e Rebo.
Sono andato a farmi qualche giorno sul monte Fuji.
Domani altro giretto, ma comunque.
Fatto.

Ora sono qui e che devo dire?
Credo di doverne parlare, alla fine racconto sempre i cazzi miei...

Dovessi seguire il trend generale su matrimoni et similia dovrei raccontare di quanto sia stato emozionante, entusiasmante, bellissimo e fantastico.
Tirarmela un po' che mi sono sposato in Giappone, trasformare in leggende due o tre momenti topici, pubblicare foto romantiche e quant'altro.

Onestamente, non me la sento proprio.

Ho sempre avuto la sensazione che ci fossero molte ragioni che spingessero a vivere il giorno del proprio matrimonio come un qualcosa di esaltante, eccitante, favoloso e favolistico.
La necessità di ottenebrare la mente, una di queste.
La paura, la tensione, il dubbio.
L'inconsapevolezza, forse un'altra.
L'emozione che va a coprire tutti quei punti che la logica, la lucidità, non toccano.

O così mi è sempre parso.

E pure mai mi è piaciuto quel render pubblico, quel celebrare, quell'esaltare e lasciare in pasto ad amici, parenti, baccanti e sicofanti. Quel rivoltare, quello sbudellare qualcosa di intimo, fragile, privato.
E perchè viva me, viva noi? Non ne sento il bisogno. Lo sentono gli altri? I convitati?


Ma è vero che io per certe cose sono fatto un po' al contrario.
Non ero emozionato affatto.
E mi sentivo a disagio con l'attenzione, addosso.
Mi sono divertito, mi sono ubriacato, ho cantato con amici, alcuni persino venuti dall'Italia e che non vedevo da tempo, come avrei potuto. Non divertirmi, intendo.

Emozionato?
Non io.
E mi avrebbe spaventato il contrario.
Mi sono emozionato quando ho, abbiamo, preso questa decisione, quello sì.
Da lì in poi per me è sempre stato uguale. Non lo dico in senso negativo, eh? Tutt'altro. Una costante positiva.

Non ha cambiato molto il di per sé molto pragmatico matrimonio giapponese.
Vai in un ufficio, comunichi loro che quella cosa che prima era due, ora la devono considerare uno.

Che è poi esattamente quello che ho fatto io tempo fa.
Ho capito che questa cosa, che era sempre stata due, la consideravo uno.
In fin dei conti mi sono "sposato" allora con LK.
Quella di questi giorni è stata una gradevole formalità, seguita da una festa. Con qualche amico vero.

mercoledì, ottobre 06, 2010

Stranger, my friend


Oggi doveva essere il giorno della verità.
Dopo tre settimane di inseguimenti, attese e francese.
Ero pronto, mi sono fatto la doccia con il nuovo shampoo all'argilla e jamon serrano. Ero sicuro di me.
E poi, venti minuti prima di questo terzo colloquio, squilla il telefono e mi dicono che tutto è rimandato di una settimana.

Ancora una settimana per sapere se avrò un nuovo lavoro e se avrò dei colleghi, se farò parte di una squadra. Il mio piano pulito è rovinato, adesso gli aerei per volare a casa costano troppo.

Forse hanno pensato a questo piano fin dall'inizio: diamogli appuntamento settimana prossima per fare i seri, poi all'ultimo minuto glielo spostiamo di una settimana così abbiamo più tempo per vedere altri candidati e decidere con calma. Questo è quello che immagino. Immagino spesso cosa pensino le persone e la loro psicologia.

Da quando ho la PS3 gioco a Battlefield perché me l'ha consigliato Apa, mi ha detto che avremmo giocato in squadra. Abbiamo giocato in squadra due volte con Montag ed Ergo, momenti di camaraderia che mi hanno fatto sentire di nuovo maschio (in Francia è difficile, mi sono iscritto a teatro e seguo dei corsi di cucina).

Quando ho iniziato a giocare Apa era già a livello 16. Dopo tre settimane di gavetta sono riuscito a raggiungerlo a livello 20. Ci sono volute 46 ore di gioco, molte delle quali avrei potuto passarle in compagnia dei miei amici e che invece mi sono trovato a condividere con persone estranee e strane.

Parliamo di quante cose si possano conoscere di un estraneo anche solo giocandoci assieme. Da quando ho aggiunto nel mio profilo che parlo inglese Battlefield a iniziato a mettermi in squadra con anglofoni e non più con ragazzi sardi.

Jamael è stato il primo compagno di squadra ad aprirmi gli occhi sul grande potenziale di ricerca in questo campo. Jamael non smetteva di parlare un minuto, l'icona del suo microfono sempre sempre accesa.

"Man, c'mon, take that shit, let's go, let's go!"
Siamo sul carro insieme, io guido e lui ha la voce di un dodicenne indonesiano cresciuto nel Queens: "what the fuck 're you doin' man, turn right! turn right! No no no noooooo!".
Il fatto che io non sia nella stanza con lui e che non posso rispondergli fa sì che si senta libero di parlare con me esattamente come con un suo fratello Hasouk.

"Ok, go back, go back now! They shoot, kill 'em! Kill 'em!", un razzo colpisce in pieno il nostro carro e mentre lui strepita come se nel carro ci fosse davvero io scendo per tentare di ripararlo.

Non c'è niente da fare, un secondo missile e il carro salta in fiamme, Jamael non la prende bene: "What the fuck you doin' man!? You leave me here to DIE! Fuck you man! Fuck youuu! Fuck youuuu!".
Grazie a Jamael ho scoperto la funzione MUTE del gioco, usata ora per la prima volta. Fine primo incontro. Quando vostro figlio dice oggi non me la sento di andare a scuola, sappiate che il suo piano è passare la giornata a insultare sconosciuti su internet.

Altra partita e altro compagno: KarateKid86.
Dal nome pensavo guai, invece è un tipo tranquillo, accento e humor inglese, si lamenta sommessamente quando viene ucciso, dà qualche indicazione utile, è pacato, non grida e non dice parolacce.
Giochiamo amabilmente per almeno un'ora, coprendoci le spalle a vicenda, prendendoci cura uno dell'altro e campeggiando in pace tra gli arbusti. Mi è simpatico.

Poi la realtà fa irruzione nel gioco.

Un pianto di neonato: una, due, tre volte.
"Oh come on stop that, I beg you", ma i pianti si intensificano.
KarateKid86 è lì con il suo M24 che difende con efficenza la base dagli attacchi nemici, ma dietro a quel soldato c'è un uomo di 24 anni, in una stanza, in una casa da qualche parte in Inghilterra e in quella stanza c'è un neonato e il neonato sta piangendo, ma lui non molla il joypad.
Cosa pensare? Il pianto continua.

"Stop that I said! You know you're not getting anything!"
Ora è irritato, ha perso la calma e non è più la persona pacata che conoscevo.
"I can't believe this, I swear I'm never having children".
Adesso so anche che non è suo figlio, che stia facendo baby-sitting? Di sicuro gli piace la parte del sitting ma non quella del baby. In ogni caso è un gran bastardo perché va avanti come se nulla fosse e si gioca altre due mappe in tutta serenità mentre il pargolo muore soffocato dal proprio rigurgito. Io muto spettatore.

Una persona che era quasi mio amico, una cocente delusione, disgusto.
La sessione di gioco si concluderà qualche mezz'ora più tardi in compagnia di un giovane commerciante romagnolo la cui mamma insiste a più riprese perché vada a far riparare la gomma della bicicletta dal Gigi. Per qualche ragione penso al Razzi.

Quante cose abbiamo condiviso inconsapevolmente con un estraneo? Ci credevamo nell'intimo della nostra dimora e invece abbiamo proiettato in mondovisione un estratto della nostra vita, il nostro lavoro, la nostra famiglia, i nostri difetti, un commento distratto che dice molto a un ascoltatore attento (vero Hazey?).

La vita privata è un mobile antico in cui lente e impercettibili si insediano piccole creaturine: la chat, il blog, il fotolog, il social network, il forum, il curriculum online, il gioco.

Siamo stati bucherellati a colabrodo un po' da tutti i lati e non vedo un'inversione di tendenza. L'effetto più evidente lo osserveremo nelle nuove generazioni, vivranno una naturale simbiosi con l'estraneo e acquisteranno un'elevata professionalità nell'arte della dissimulazione.

Tempo di acquistare un microfono.




mercoledì, settembre 08, 2010

Piccole attenzioni


Per la rubrica "i piccoli consigli di Apa".

Se sei in sala di registrazione con un cliente importante, magari donna.
E per scrupolo, zelanza, stai controllando la traduzione di una serie di nomi di farfalle in giapponese, aiutandoti con la ricerca per immagini.

Ricordati di attivare il filtro safe search su google, perchè può essere sconveniente scoprire così che la traduzione giapponese per la "one-spotted prepona" sia anche un'espressione che l'antica arte del bukkakke evidentemente prende in prestito all'entomologia.

mercoledì, maggio 26, 2010

Divenire



Le nuvole sono una cosa strana, le osservo da fuori e poi da dentro mentre l'aereo si abbassa su Parigi.

Contemplare cose strane mi fa riflettere.

Le nuvole hanno una caratteristica rara: non potendo vederci attraverso, puoi comunque attraversarle.
Così per il buio e così per il tempo.
Buio, tempo e nuvole.

mercoledì, maggio 19, 2010

BCA

martedì, maggio 18, 2010

La jitensha




A volte scegli la bicicletta.
A volte la bicicletta sceglie te.
Come potevo non spendere qualche yen in più per portarmi a casa una bici con scritto "BANFA CROSS AVANTI"?

E così infatti, ho fatto.

E ora il mio grido di battaglia è uno e uno solo. Banfa cross avanti, cari amici.

mercoledì, dicembre 16, 2009

L'uomo come pupa del cadavere



Per venire incontro ai vostri gusti ho inserito una bella immagine a inizio post.
Questo post doveva intitolarsi altrimenti, ma ho promesso a S.A.B. di usare il suo SMS di incoraggiamento come titolo. Non sono pessimista, ma di tanto in tanto anche io ho le mie inquietudini, mica solo Apa.

Al Razzi l'ultima volta che ci siamo visti gli ho detto che avevo paura di fare un Errore Grossolano.
Mi ha chiesto cos'è un Errore Grossolano e gli ho detto che è un gesto innocuo con conseguenze disastrose.

Togliere le gocce di pioggia dallo specchietto della vespa, salire sulla scala mobile con una scarpa slacciata, sporgersi dal balcone per curiosità. Cose che fai senza pensarci, senza sapere che quello è l'ultimo fotogramma.

Quello dopo, che non vedrai, è questo.
Primo piano su uno specchietto pulitissimo e poi lo sguardo si allarga su tutti gli altri pezzi della vespa sparpagliati sull'asfalto. E poi altri pezzi ancora, pure questi sparpagliati sull'asfalto, solo che sono rossi viola neri e bagnati e sono pezzi di te.
Fossero gialli e fatti a mattoncini avrebbero tutta la gioia del potenziale, di quello che possono diventare e invece così c'è solo la malinconia per quello che sono stati e non saranno più.
Il nostro corpo per certe cose non è molto pratico, non si smonta facilmente e quando si cerca di rimontarlo raramente funziona bene come prima, spesso non funziona proprio.

C'è questa canzone dei Crash Test Dummies (ironia del nome) che dice: "how come all my body parts so nicely fit together? all my organs doing their jobs, no help from me".
La contropartita per questo miracolo ingegneristico è un'estrema fragilità.
Sui siti che parlano di lana ho trovato questo avvertimento: l'infeltrimento è un processo irreversibile.
Il momento in cui premo il tasto di avvio sulla lavatrice ho condannato il mio maglione a essere un panno e mai più un maglione. Se prendi un uovo sodo e lo scuoti forte torna come fresco. Ma no, putroppo no.

Sono steso nel letto e dato che la tapparella non l'ho fatta mai riparare la luce entra anche di notte, quella dei lampioni. E sopra il mio corpo a mezz'aria immaginate questo disco metallico lucido e perfetto che riesco a vederci specchiati i miei piedi.
Un mese prima mia madre mi ha detto che il mio lampadario era caduto, fortunatamente non c'era sotto nessuno.
Avevo fatto fare questa lastra d'acciaio su misura: ottanta centimetri di diametro e un solo millimetro di spessore per moderarne il peso, non ero sicuro che il cavo elettrico avrebbe retto. E infatti.

Ma allora perché quel disco è ancora lì?
Un millimetro di spessore, cinque chili di peso, due metri da terra, acciaio inox. Visualizzo una scena da Papillon, la scena della ghigliottina e mi chiedo se sia questo il mio Errore Grossolano e mi dico che la moquette l'ho sempre odiata, ma che toccherà comprarla perché conoscendomi sarò troppo pigro per arrampicarmi sulle sedie quando non avrò più le gambe e già penso al Giappone e ai suoi tavoli bassi, penso positivo.


E' dunque questo il mio errore, The Big One?
Se così fosse vorrebbe dire che un EG (chiamiamolo così d'ora in avanti) non è necessariamente commesso l'istante prima dell'irreversibile, può essere un'azione o una scelta fatta tempo addietro che si rivela solo successivamente fatale.

Abbiamo quindi due tipi di EG quello esplosivo e quello incombente (Damocle la spada, io il disco).

Per quelli del primo tipo la letteratura è ampia, basta pensare che è stato istituito un premio annuale per i migliori. Ma potrei anche citare la scena che mi raccontò mio padre, a Pechino in qualità di architetto per seguire la costruzione della prima fiera internazionale delle macchine utensili, gli anni settanta. Il cantiere era grande e c'era questa costruzione in tubi che gli operai stavano smontando, guardando in alto a una ventina di metri dal suolo vede un vecchio cinese a cavalcioni su un tubo. C'è qualcosa in questa immagine che lo turba e non capisce cosa, una contraddizione visiva. Poi un brivido di sgomento: quel vecchio con la chiave inglese sta sbullonando il trespolo su cui siede e tra un istante precipiterà nel vuoto, una befana in stallo. Come finisce il racconto esula dal proposito dell'esempio.

Ho letto la prima metà di un libro di Chuck Palahniuk intitolato Cavie, ve lo posso sconsigliare dato che dopo l'introduzione la storia si trascina in ripetizioni irritanti e noiose.

Quello che mi interessa di questo libro è l'esempio di EG che ci racconta un personaggio di nome San Vuotabudella. Questo tizio parla di due fratelli appassionati di masturbazione. Il maggiore è in marina, sempre in viaggio per servizio ritorna periodicamente dal minore a raccontare strabilianti ed esotiche maniere di menarselo raccolte in giro per il mondo. Questa volta gli spiega come gli arabi si infilano una sottile bacchetta metallica nell'uretra con effetti sorprendenti.

Naturalmente il piccolo perverso vuole provare e una sera prima di cena gli viene in mente di prendere una colata di cera dalla candela che ha sul comodino e usarla come bacchetta.
L'esperienza è così sconvolgente che si dimentica completamente di essersi carotato il cazzo e quando si riprende è troppo tardi, la bacchetta è scomparsa.

Lo chiamano per cena e cerca di non pensarci più, ma nei giorni successivi comincia a provare dolori mostruosi e a tal punto insopportabili che decide di farsi portare dal medico. Dopo qualche esame si trova costretto a confessare tutto, ormai è in pericolo la sua vita, ha una palla di cera nella vescica che si sta gonfiando come un cumulo di neve assorbendo cristalli di calcio e conglomerandosi in un grosso calcolo. Non voglio nemmeno pensarci.

Tutti i risparmi per il college vengono spesi in una costosa operazione da cui esce umiliato, per uno stupido errore addio alla carriera di avvocato.

Per la cronaca anche San Vuotabudella ha la sua storia di masturbatore estremo, il suo numero lo fa sott'acqua sul fondo della piscina di casa dove se lo mena mentre la pompa dell'acqua gli titilla l'ano. Tutto bene finché a un certo punto, volendo riprendere aria, non riesce più a staccarsi dal fondo a causa di un serpentone bianco-azzurro che sembra tenerlo agganciato al buco della pompa. Facile da intuire quel serpentone è il suo stesso colon rivoltato come una seppia. Cito la soluzione al problema nel caso doveste trovarvi nella medesima situazione.

"Ecco quello che dovete fare: dovete come torcervi, agganciare un gomito dietro al ginocchio e tirare la gamba il più possibile verso la faccia. Poi cominciate a mordere e dilaniare il vostro stesso culo."

Risultato: niente più fagioli, carne, tonno, polenta, qualsiasi cosa con più di due ore di digestione e un fisico da campo di concentramento per tutta la vita.

Queste storie ci dimostrano che a volte l'anelito verso la felicità può far commettere una sciocchezza. Una mossa che ci sembra geniale nasconde in sé una trappola mortale.

E qui torniamo alla domanda che vi siete fatti all'inizio di questo post. So che ve la siete dimenticata, la domanda era: che cazzo è questa foto?

Questo post doveva uscire il 9 novembre, ventennale della caduta del muro di Berlino, ma quel giorno ero occupato a costruire bacchette in metallo e il resto del mese l'ho speso in piscina.

Guardate con attenzione questo filmato.




Ora tornate alla foto lì sopra e fissatela nella vostra mente.

Tanti sono morti tentando di scavalcare il muro di Berlino, quest'uomo invece ce la fa. Grazie al cazzo direte, una rete alta venti centimetri, un valico che in teoria doveva sorvegliare lui stesso. Trascuriamo il livello di eroismo dell'impresa e concentriamoci sul momento immortalato dalla foto: il punto di non ritorno.

L'apice del salto di Conrad Schumann è la vetta della libertà oltre la quale si apre la valle di una vita felice. Questo è quello che pensa il soldato Conrad quel ferragosto 1961 in quell'istante in cui lo vedete sospeso sopra il filo spinato.

Peccato che invece non sia la vetta della libertà ma uno storico EG del secondo tipo.
Infatti Conrad per trent'anni vive nella paura di essere punito e nel rimorso di aver lasciato amici e famiglia alle spalle.
Poi il muro finalmente cade e Conrad può tornare a casa dopo il lungo esilio.
Peccato che parenti e amici non siano dello stesso avviso, lui ha mollato loro e ora loro mollano lui, lui che è scappato, lui che ha tradito.
Il 20 Giugno 1998 il corpo di Conrad viene rinvenuto nell’orticello della sua casa a Kipfenberg, appeso a una corda. Conrad si è impiccato.

Questa storia oltre a rendermi triste mi ha molto turbato, tanto che ho avuto il bisogno di aprire le tende e condividere con voi le mie riflessioni.
E con questo il breve saggio sugli EG si chiude.

Ora cambiamo tono.
Volevo fare un piccolo regalo di Natale ai lettori di Aparazzi, chi sente di non meritarlo ha ancora qualche giorno per ravvedersi prima delle sante celebrazioni.
Si tratta di una playlist preparata secondo quel che mi ha dettato il gusto, potete trattare il mio gusto con famigliarità e non risparmiare critiche.
Le critiche le ascolto volentieri, poi mi volto dall’altra parte e per un po’ non vi parlo più.

Dopo il tradimento di last.fm, il fallimento di spotify, le occasioni mancate di blip.fm mi sono spostato su grooveshark e funziona benissimo. Funziona ovunque tranne che in Cina... ah no scusate Italia, volevo dire Italia.

Per i pochi rimasti in quel paese o che pensano di tornarci: qui trovate semplici istruzioni per aggirare la censura di Pechino.

Noterete che la selezione ammicca alla frocieria indiefolktronica quindi se non vi piace il genere ahimé sarà carbone.
Ho cercato senza sempre riuscirci di lasciare il recente passato alle spalle e di inserire qualche novità. Non la cresta dell’onda ma musica degli ultimi due tre anni, più qualche zombie a sorpresa.

Una panoramica di cosa aspettarsi:

MGMT - pericoloso ammetterlo ma penso che Oracular Spectacular sia l’album più orecchiabile degli ultimi tempi. L’equivalente del primo Franz Ferdinand. Tra qualche anno mi pentirò di averlo scritto e qualcuno andrà in giro dicendo che il mio gruppo preferito sono gli Arctic Monkeys (senza offesa Apa).

Lykke Li - una simpatica svedesina anche lei con un bell’album di debutto: Youth Novels.

The XX – molte aspettative su questo gruppo e troppa attenzione dei media, finiranno nel mainstream e l’unico loro album buono sarà il primo, quindi godetevelo.

The 1900s – relativamente poco noti, melodie allegre a plim plim plim

Jesca Hoop – amabile e poco coperta, se vi piacciono le donne approfondite

Darwin Deez – al limite della zarrata, ma indubbiamente abile. Amico degli MGMT.

Vampire Weekend – se siete stati esposti alle radiazioni a lungo quanto me saltate pure la traccia.

Final Fantasy – non ha ancora prodotto l’album perfetto, ma qualche canzone formidabile sì. Una sera ho giocato con lui a calcio balilla quindi lo metto dentro. I rockettari lo saltino.

The Fiery Furnaces – adorabili insopportabili, quando l’originalità estrema ti può anche rompere seriamente i coglioni. Impossibile ascoltare un intero album senza scagliare il computer dalla finestra. Ciononostante cara ti amo.

Little Joy e Albert Hammond Jr. – che fine han fatto gli Strokes? Ecco quel che ci resta. Comunque non male.

Grizzly Bear – una marea di fan su internet, tutti i critici a favore. La tecnica c’è tutta.

The Books – ho una fissazione per An Animated description of Mr. Maps, non so che farci.

Il resto commentatelo da soli.
Io vi lascio un comodo sondaggio per valutare l’impatto di questa aggiunta sonora al blog, niente risposte sagaci stavolta, mi spiace.

Ah, la prima canzone è dedicata a te, Apa.


mercoledì, settembre 30, 2009

Le verginità





LK mi ha regalato una Moleskin, un taccuino molto cool e, direi, rough and chic, un po' come me.
Cara come è ha anche scritto una piccola dedica.
Sempre voluto un taccuino, l'ho sempre trovato un sistema ideale per cristallizzare il mio caos senza troppe menate. Non gliel'ho detto, ma immagino lo leggerà ora: regalo azzeccato, tesorina.

Visto il lavoro che faccio qui mi serve come il pane, ma non mi andava di scrivere cose "business related" sulla moleskin di LK, mi sembrava di profanare il bianco, leggermente rigato, verginale e puro di quelle pagine. Uno scempio, un atto empio.

E poi...
Il tratto di una penna... è così radicale. Non esiste backspace.
Sono entrato in cartoleria, ho passato un'ora a scegliere la penna giusta, fissabile, adatta, il tratto, il peso.
Niente, non ce l'ho fatta, questa moleskin la userò per altro.

Per il lavoro ne ho presa un'altra, tematica.
Moleskin "Tokyo".

Ha la mappa, la metropolitana, e una serie infinita di schede, schedine, tag, tab e chi più ne ha più ne metta. Improvvisamente la rete per imbrogliare il mio caos comincia ad essere troppo stretta, troppo soffocante ed ancora quella reticenza, se scrivo non si cancella. Se scrivo rimane.

L'atto irrimediabile, concreto, postomi davanti mi terrorizza ancora. La cosa irrecuperabile.

Sarà per questo che non sono mai stato con ragazze vergini. Se mi perdo giorni solo per toccare con la punta di una penna una pagina bianca...


P.s. ma il colibrì l'aveo già usato?

martedì, agosto 18, 2009

Primo arrivederci





E si comincia con gli arrivederci, a quelle persone che non sai bene come rivedrai, nonostante i progetti, la voglia, una certa tranquillità. Perchè c'è un idea disillusa, fatta di coerenza con la nuda realtà, che difficilmente non scende a patti con aspetti fisici quali le distanze spazio temporali.

Queste sono cose che di botto mi danno la misura del passo che sto per fare, improvvisamente tutti quei "che coraggio!" che la gente mi dice sembrano avere più senso, e la mia mente si riconcilia con quell'inquietudine che provo nel guardare con un certo distacco casa mia, le mie cose, le mie persone.

Il mio occhio a mandorla mi dice che andrà tutto bene.
Il mio occhio azzurro non riesce a non avere impressa nella retina una persona che nel salutarmi non fa altro che girarsi per guardarmi un'ultima volta ancora.