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lunedì, luglio 20, 2009

La consistenza di un addio




Il momento dell'addio inizio a sentirlo giorni prima, come i cani sentono il temporale in arrivo.
Gli addii finiscono per consumarsi nell’attesa e in effetti elaboro così tanto gli ultimi momenti che poi quando arriva la partenza mi sento quasi liberata di quella sensazione di sospensione, in cui non vorrei sapere dove mi trovo ma lo so perfettamente. Odio gli addii, mi fanno sentire esposta, rintracciabile, mi stancano e vorrei saltarli a piè pari.
Prima di un addio i suoni somigliano allo sbuffo del treno, ogni linea sulla strada ricorda un binario, le voci riecheggiano come le ultime parole di quegli annunci metallici di orari e arrivi, ritardi e partenze.
Però sul binario gli abbracci si fanno più stretti, la pelle è più fitta, gli occhi sembrano più lunghi e le parole sono fatte di accenni e riferimenti sotterranei a quegli eventi nascosti che hanno segnato il tempo trascorso insieme, quelle cose a cui ripensi in silenzio e sorridi. C’era ancora una cosa che volevo dire, pensi, anzi due, ma ti viene in mente solo mentre torni a casa, col passo pieno e quel peso lì sul petto, nelle vaghe vicinanze del cuore.

lunedì, aprile 27, 2009

Incontri di città




Stamattina c'era un vento che stava per spazzare via il parrucchino playmobil di Montag. Ci salutiamo all'angolo, io vado al semaforo. Mentre aspetto, da sinistra arriva una voce.
- Stai bene?
Io non mi volto, sarà uno straniero che mi rivolge la parola credendo di riconoscere le fattezze.
- Stai bene sì o no?
Devo voltarmi. C'è un tizio vecchio, biondo, rubicondo, vestito in jeans. Su una bicicletta scassata. Secondo me è friulano. Devo rispondere, tutta questa premura mi fa effetto.
- Sì, sto bene.
- Eh. Io no. No perché mi sono preso una ciucca.
E lascia questa parola appesa. Io alzo le spalle e guardo dall'altra parte, temo che le sue confidenze si spingano oltre. Ma so di cosa parla.
Inizia a contare le macchine che passano, conta fino a otto. Poi le macchine si fermano e si chiede se ora può passare.
- Ora posso passare.
E se ne va con la ciucca e la sua bicicletta scassata.

mercoledì, marzo 11, 2009

Fenomenologia






Andando allo stadio ho sempre trovato affascinante quella che mi piace chiamare la fenomenologia del petardo.
Il notare come in questo miscuglio di invasati variegati alla violenza ci fosse una sorta di gioia infantile nel lanciare razzi e piccoli esplosivi.
Gioia che ho sempre ricondotto allo stupore, al senso di meraviglia di un piccolo gesto, un'azione minuta, che provoca reazioni estreme. Ed è proprio questa, in sintesi, la fenomenologia del petardo: quel brivido che si ha nel perdere il controllo della realtà, con minimo rischio, nell'arco di pochi secondi.
Illusione di onnipotenza, senso di divinità, il tutto in comodo formato starnuto.