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venerdì, novembre 14, 2008

Stamattina non ho potuto prendere parte alla manifestazione contro la 133 così mi sfogo qui, oh yes.


Stamattina sono rientrata dal Trentino.
Ho viaggiato in treno, vagone letto.
Il controllore mi sveglia con caffè e quotidiano.
Mi preparo a scendere e negli ultimi minuti sfoglio il giornale.

Ed eccolo lì, l’articolo dove inevitabilmente si parla dell’Università, di com’è ora e di come vogliono cambiarla.
Visto che non ho potuto prender parte alla manifestazione a Roma, voglio commentare “brevemente” ciò che ho letto.

Innanzitutto viene sbandierato, come supporto alla riforma Gelmini, il giudizio dell’Economist che ritiene necessaria una riforma dell’Università che invece viene giudicata recalcitrante al cambiamento.
Due considerazioni: l’Università non è recalcitrante al cambiamento, è contraria a QUESTO cambiamento. Secondo. Ma l’Economist non era un giornalaccio comunista di nessuna importanza, quando reputava Berlusconi inadatto a governare l’Italia?

Proprio al centro della pagina, troneggia una tabellina che riporta gli stipendi degli universitari, che titola “Costo medio annuo pro-capite”.
Apprendiamo così che un professore ordinario guadagna “mediamente” 102,6 mila euro l’anno, un associato ne guadagna “mediamente” 70,1 mila, un ricercatore “mediamente” 48,4 mila ed un tecnico “mediamente” 32,5 mila.
Peccato che i valori siano tutt’altro che medi, sono anzi gli stipendi di fine carriera, e che l’importo riportato sia quello LORDO, cosa che però non trovo precisata da nessuna parte. La cifra al netto delle tasse è decurtata di oltre il 45%.
Si parla degli aumenti, che attualmente avvengono a scatti temporali, e che secondo la riforma dovrebbe avvenire in maniera meritocratica.
Benissimo.
Concedetemi altre due considerazioni:
Uno. Non si capisce in che modo si debba stabilire il merito. Per numero di pubblicazioni? Beh, il numero di pubblicazioni varia moltissimo a seconda dei campi di ricerca. Per impact-factor (cioè il punteggio attribuito alla rivista e che ne stabilisce l’autorevolezza)? L’impact factor si basa anche sulla tiratura della rivista. Una rivista medica ha normalmente 20-30 di i. f., la rivista più autorevole in Ecologia dei Cambiamenti Globali ha 4.6, ma semplicemente perché siamo pochi a leggerla, non perchè la nostra ricerca sia meno importante.
Viene fatto l’esempio dei professori francesi che guadagnano dai 2000 ai 5500 euro al mese.
Attenzione! Qui la cifra è riportata al netto, ed è specificato “dall’inizio alla fine della carriera”.
Così non sembra più uno stipendione, eppure è assolutamente confrontabile con quello dei professori italiani.

Due. Non so a voi, ma a me questo Governo che si riempie la bocca con la parola “meritocrazia” fa sorridere un po’. Un sorriso amaro e tirato, ma pur sempre un sorriso.

Ed ancora non riesco a capire COME questa riforma dovrebbe arginare il fenomeno del Baronaggio?
Come dovrebbe favorire i giovani ricercatori, visto che ne entrerà uno nuovo ogni 5 che vanno in pensione?
E poi, chi sono questi Baroni di cui tanto si parla? Vogliamo parlare dei Parlamentari che sono anche detentori di cattedre universitarie? Perché di questi non si fa mai cenno?
E gli sprechi? Gli sprechi di cui pure si riempiono la bocca. Questi corsi di laurea con 1 solo iscritto. Parliamone. Perché queste situazioni sono scaturite dall’instaurarsi delle famose lauree 3+2, volute dai Governi sia di Destra che di Sinistra, contro cui l’Università protestò all’epoca.
Vogliono farci somigliare sempre più al modello Americano, senza però darcene i vantaggi.
Lo sa Maria Stella quanto guadagna un professore negli USA? Lo sa che in molti casi la stipendio di un professore viene integrato direttamente dai fondi di ricerca che procura? In Italia ciò non è possibile, ma a pensarci bene sarebbe un ottimo incentivo a fare ricerca, ed un ottimo metro di valutazione. Ed infine (finalmente concludo :)) lo sa Maria Stella quanti fondi per la Ricerca istituisce il Governo USA?
A me sa di no.

lunedì, novembre 10, 2008

Le belle parole di un uomo di destra



«Per reprimere l'Onda ci servirebbe il morto»

Aveva invitato le forze dell'ordine a non «avere pietà» e a «picchiare a sangue» gli studenti che protestano e anche «quei docenti che li fomentano». Ma non contento ieri l'ex presidente Francesco Cossiga ha rincarato la dose. Ha preso carta e penna, e ha scritto una lettera aperta al capo della polizia, Antonio Manganelli, dispensando consigli su come intervenire per sedare le manifestazione di questi giorni contro i tagli all'istruzione voluti dal ministro Gelmini. «Un'efficace politica dell'ordine pubblico - scrive il senatore a vita - deve basarsi su un vasto consenso popolare, e il consenso si forma sulla paura, non verso le forze di polizia, ma verso i manifestanti». Perciò Cossiga definisce «un grande errore strategico» reagire ad aggressioni e danneggiamenti dei manifestanti con «cariche d'alleggerimento, usando anche gli sfollagente e ferendo qualche manifestante». Bisogna essere più duri, per far sì, dice l'ex picconatore, che «di queste manifestazioni fosse vittima un passante, meglio come ho già detto un vecchio, una donna o un bambino, rimanendo ferito da qualche colpo di arma da fuoco sparato dai dimostranti: basterebbe una ferita lieve, ma meglio sarebbe se fosse grave, ma senza pericolo per la vita». Quindi la proposta: «Io aspetterei ancora un po', adottando straordinarie misure di protezione nei confronti delle sedi di organizzazioni di sinistra. E solo dopo che la situazione si aggravasse e colonne di studenti con militanti dei centri sociali, al canto di "Bella ciao", devastassero strade, negozi, infrastrutture pubbliche e aggredissero forze di polizia in tenuta ordinaria e non antisommossa e ferissero qualcuno di loro, anche uccidendendolo, farei intervenire massicciamente e pesantemente le forze dell'ordine contro i manifestanti, ma senza arrestare nessuno».


Sono parole pesanti. Terribili.

Ed è terrificante che nessuno dica nulla, che non ci siano sommosse, che non venga deposto. Che ci sia il clima politico adatto perché uno si permetta di dire cose del genere in pubblico.

Ma non disperiamo.
Non per questo smettiamo di sperare che si rendano conto delle cazzate che fanno, e che aggiustino le cose. Con un po' di manganellate, magari anche l'olio di ricino, DOC, prodotto italiano, così diamo anche una spinta all'economia.

Signori, abbracciamo questa nuova era della realpolitik. Tra uno stacchetto e l'altro illudiamoci di saper pensare e che vada tutto bene. Alla fine, il mondo è un posto giusto no? Stasera mica fanno quel bel film americano su canale cinque?