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giovedì, febbraio 03, 2011

Freedom



Ricordo ancora che, quando stavo con Kay, la mia ex thailandese, essendo lei longilinea, magrissima e dotata di un minuscolo seno, quando mi pungeva vaghezza di un po' di sano porno, la mia scelta ricadeva spesso quasi esclusivamente su donne procaci, pettorute.

Al contrario, nel mio periodo con Pan, formosa, abbondante di seno, quando quel familiare prurito, quella voglia di erotismo preconfezionato si faceva avanti, la scelta ricadeva su esili seni, leggiadre donzelle.

Un altro motivo per cui devo ringraziare LK. Grazie a lei e al suo seno pienotto, gaudente e mezzano, mi tengo spalancate entrambe le porte. Maggiorate e filiformi.

E non ho limiti quando sguazzo nel mondo del porno.

martedì, luglio 06, 2010

Genetliaco Ergonomico


Ed è il compleanno di Ergo.

Giusto qualche giorno fa, in metro, ho visto due bambini. E qui c'è la mia foto a testimoniarlo.
Vestiti come i bambini si vestono qui per andare a scuola.
Da cretini, insomma.
Ma troppo carini.

Ecco, io e Ergo così carini non lo siamo mai stati, ma non è questo che volevo dire.

Ergo lo conosco da quando avevamo quell'età lì. Quell'età in cui conosci la gente che poi mai più vedrai per tutta la tua vita. Questo prima dell'invenzione di Facebook. Ora la rivedi, sei contento per dieci minuti, e poi chi se l'incula.
Comunque, Ergo no. Lo conosco da allora. Magari allora non eravamo amici, lui era amico della Maestra Elena.

Ad ogni modo, a migliaia di KM di distanza, rimane sempre Ergo, per me.
La persona a cui penso quando guardo due bimbi che sfogliano un libro assieme, indicando le figure che li "esaltano" e "gasano".
Perchè questa comunione di passioni idiote, questa sintonia demente e animalesca è il tratto comune di ogni anno, lustro e decennio della nostra amicizia.
Anche ora che siamo adulti o che fingiamo spudoratamente di esserlo.
Anche quando eravamo bambini.
Anche se noi non eravamo così carini.
Ma manco ci vestivamo da pirla, cazzo.

lunedì, febbraio 15, 2010

Antefatti di primavere






Mi alzo.
Oggi fa meno freddo del solito, l'aria in casa mia non è gelida e non mi punge il viso.
Sotto la doccia mi dimentico il mio proposito di non passarci sempre un'ora.
Ho i capelli più lunghi del solito, sono cresciuti in fretta.

Preparo la borsa, mi vesto, esco.
La giornata è tra il grigio e il luminoso.
Sembra che l'inverno lotti per rimanere aggrappato al cielo, ma nell'aria, nonostante la pioggia, tutto sa di fioritura di ciliegi.
Anche gli occhi delle persone che mi incrociano hanno quella qualità.
Anche il sorriso delle vecchiette che elegantemente mi salutano passando.

La tizia del lava a secco invece pare essere antipatica.
5 camicie ed una giacca mi costano circa dieci euro.
Non ho idea se sia poco o se sia tanto.

Proseguo per la mia strada, verso la metropolitana. E così proseguono le facce, le gote arrossate, le capigliature al vento della gente.

E mi viene in mente un sogno che ho fatto la notte precedente, un sogno di una malinconia indicibile.

Io che gioco lungo la discesa per i garage della casa di mia nonna.
Con i miei cugini.
Prendevamo delle piccole pigne sferiche e le facevamo scendere lungo la scanalatura, quella che arrivava più lontano, senza uscire dal tracciato, vinceva.
Avevano tutte un nome e, nella mia testa, una personalità, una storia. Le tenevo da parte, le modificavo levigandole o tenendole in ammollo alla ricerca di qualche potenziamento nascosto.
Avevano nomi che allora trovavo irresistibilmente comici, come "Scorreggia" o "Caccadibue" o "Vomito".
Ok, "Caccadibue" lo trovo ancora irrestibilmente comico.
E gridavamo, urlavamo, seduti in terra, con le ginocchia sbucciate, fino a quando non sentivo la voce di mia nonna, dal balcone, raggiungermi attraverso la luce accecante del sole e le fronde del mandorlo dai fiori appassiti. Era pronta la merenda.
Fatta di tè all'arancio con il latte, di soldini del mulino bianco con relative sorprese, di cartoni animati e dei sorrisi di quella donna che mi manca più di chiunque.

E provo nostalgia, per quella discesa in cemento ruvido. Per quel luogo fatto di spazio-tempo dolciastro e di quell'attendere inconsapevole il domani, come se non cambiasse mai nulla.

martedì, dicembre 01, 2009

Lettere da un desaparecido






Mi scrive Razzi, chiedendo di pubblicare la sua lettera.
Ancora in viaggio, ancora alla ricerca di qualcosa che gli sfugge. Ma questa volta è un viaggio diverso, come lui stesso spiega.


Caro Apa,
Continua il mio viaggio, continuano le mie peregrinazioni, ma questa volta non mi perdo per le vie del mondo, piuttosto mi lascio andare per i dolorosi, scoscesi sentieri della memoria.
Basta poco, i tramonti del castello di Caporiacco, il profumo del frico, un vecchio ubriaco, ma poche cose sono poderose come una fotografia, proprio come dicevi tu.
E questa foto che ti mando ha risvegliato in me ricordi sopiti, sfogli un libro ed esce, ed eccomi qui, 15, 16 anni fa, ancora con i capelli lunghi, in un momento spaesato e felice, come ce n'erano tanti, con i miei amici di allora. Quello tatuato è Sergio, quello ricciolo è Palombo. Non li sento, non li vedo più.
Ho pensato quasi di chiamarli, quando ho trovato questa foto, ma poi non ce l'ho fatta. Voglio ricordarmeli così, voglio che Sergio e Palombo siano per me bloccati in questo momento, con Palombo che mi costringe generosamente i genitali e io che faccio altrettanto con Sergio.
Ma cosa è successo a quei periodi spensierati? L'unica risposta che so darmi è che è successa la vita. Il lavoro. Le scelte di diventare maturo, di proteggere la mia immagine, di curarla. Il lavoro. Il tempo che non ho per tutti voi, per noi.
Perchè diciamolo, se non ho avuto tempo per Sergio e Palombo, perchè mai dovrei averlo per voi stronzi?



Maledetto Razzi.
Sa sempre andare dritto al cuore.

mercoledì, agosto 05, 2009

Genuinità





Mamma, figlia belloccia, cugina sfigata.
Un trittico così così tipico, così bresciano.
La prima in ciabatte e cannotta di un colore che immagino imprecisato anche per un non daltonico.

Figozza la seconda. Tirata, abbronzata, belle gambe rovinate da un qualche fiore tatuato sul piede e da un durone di rinascimentale memoria sul tallone.
Capelli lunghi, fluenti, trucco un filo pesante e quel naso. Quel naso che dice Brescia. Sproporzionato e sgraziato su un bel visino dagli occhi ottusi e sempre vagamente incazzati. Occhi leghisti. (Questa era per Byflo).

Parlano solo queste due, o meglio, parlano tutte e tre, ma solo le prime due dicono qualcosa, la terza ha puramente funzioni assertive, si dichiara d'accordo ora con una, ora con l'altra. Spesso con la seconda, dalla quale è affascinata e invidia il corpo snello e sano e quelle tettine impertinenti.

Stanno per scendere le scale della stazione, con una valigia.


Note
Le varie parolacce sono assolutamente intercalari privi di significato e non indicano astio o fastidi particolari.
La S di CASO è sorda, come in soffitto.
La madre ha le S aspirate, segno che sia di origini valtriumpline.



La madre, grugnendo una sorta di risata "Oh, 'hperöm chë gh'ë mia el cà all'arioport de Parigi!"
La figlia, con fare vagamente supponente "Caso ma perchè, gh'ö mia ciapàt la dröga, 'nculat"
La madre "Ma no, però ta gh'ët le halamine caho!"
La cugina "Eh sì!"

Traduzione del dialogo
"Oh! Speriamo che non ci sia il cane all'aeroporto di Parigi."
"Cazzo ma perché, non mica comprato la droga, inculato!"
"No ma hai le salamine (salsicce), cazzo"
"Eh sì!"


Non so quanti di voi sapranno provare le mie stesse emozioni.
Ah, dolce, cara, grezza, genuinità bresciana. Sublimazione di disgusto e nostalgia.

venerdì, luglio 24, 2009

Istantanee momentanee





Gambe snelle, abbronzate che si tuffano in scarpe bianche.
Una timida afa che arriva alla bocca ma è troppo debole per soffocare la gola.
Caldo che arriva come sparisce, per gradazioni talmente lievi che la mente, presa da altro, si dimentica che temperatura ci fosse la mattina.
Aria condizionata, una strana fame, vecchi fastidi che come tarli scavano nella tranquillità così faticamente costruita.

Questa mia ultima estate italiana passa veloce ed anonima.

Mentre la notte la mia insonnia è cambiata, invertita, ormai scivolo facilmente nel sonno, solo per svegliarmi alle tre, alle quattro, e non riesco ad addormentarmi fino a pochi istanti prima del suono della sveglia.

Come se vivessi su di un diverso fuso orario.