mercoledì, giugno 09, 2010

Ho deciso.




Siccome ogni piccolo incontro di Apa in Giappone assume, nei resoconti dell'autore, quasi sempre un carattere immanentemente trascendentale o trascendentalmente immanente, sia che si tratti
di prostituta, vecchio avvinazzato o dirigente cafone, io, byfluss ho deciso che da oggi parlerò dalle pagine di questo blog solo tramite oracoli.

Ho detto.

Agrumi



I Giapponesi sono strani, non serve che ve lo dica.

Ci sono stranezze palesi e altre che saltano un po' meno agli occhi.

L'altro giorno ero in metro, pomeriggio, treni affollati. Dalla mia posizione privilegiata e seduta mi godevo il passare della gente, il vociare delle liceali vestite alla marinaretta che bisticciavano con ragazzini dal labbro velato di quei baffi un po' tristi.
Quelli che ti svegliavi alla mattina e ti domandavi se non fosse l'ora di raderli, confuso, orgoglioso, schifato.

Ad ogni modo, arriva un vecchiettino minuto.
Minuscolo.
Ha in testa un cappello da baseball, sulle spalle uno zaino enorme.
Mi alzo e lo lascio sedere.

Si entusiasma. Si commuove.
Mi guarda con le lacrime agli occhi, arigatou, senk yu, arigatou.
Mi stringe la mano.

Si siede.

E mi guarda.
Mi guarda e sorride.


Vista la pantomima di prima, non è il solo. Qua e là qualcuno alza gli occhi dai telefoni cellulari.

Mi guarda sorride e annuisce.
E mi dice "chotto matte". Aspetta un attimo.
Nonnino, tra tre fermate scendo non so cosa debba aspettar...

E si mette a ravanare nello zaino.
Ci si infila dentro.
Ne esce con un limone o un mandarino che mi porge.
Rifiuto, cerimonie, accetto.

Poi mi fa il gesto della mazza da baseball e mi dice "Baseball".

Poi indica le liceali, sedute, in piedi.
E fa il gesto della mazza da baseball e continua a bisbigliare in giapponese cose che non capisco.
Anche perchè la combinazione bisbiglio e giapponese su di un treno affollato non è che facciano molto per me.

Scendo, arrivo a casa e poso l'agrume sul tavolo.
Ha la forma e la consistenza di un limone.
Ha il colore di un mandarino.

E mi domando se si tratta di un pazzo che voleva prendere a mazzate tutti e che mi ha regalato un limone, o di un normale giapponese che per ringraziarmi di una gentilezza che nessun altro gli ha fatto mi ha regalato un mandarino.

martedì, giugno 08, 2010

Meet the Yamadas


Sto seguendo un progetto, coperto da una serie di NDA che si accavallano su altri NDA.
Per cui non ve ne posso parlare.

Sarebbe bello finire il post qui, ma in realtà la storia è un'altra.

Il fatto è che in Giappone è peculiare andare a incontrare clienti e fornitori... c'è tutta una ritualità alla quale bisogna essere avvezzi.

Tralasciando questioni come inchini e biglietti da visita, ci sono tanti altri fattori, sottintesi o meno, che vanno valutati.

Per esempio dove ti siedi o dove ti fanno sedere.
La tua importanza è inversamente proporzionale alla tua vicinanza dalla porta.
Per cui quando ti siedi dal lato distante dalla porta, e arriva la receptionist e ti dice "no no, spostati di là", sai già come andranno le cose. O come vogliono farle andare, per dire.

Questa pillola, questo preambolo, per spiegarvi l'incontro di ieri.
Mi capita raramente, diciamo, di sedermi ad un tavolo con gente over sessanta.
Una volta sola.
Questa.
I due tizi che ci accolgono sono appunto due business man giapponesi vecchio stampo.
Hardcore.
Borderline yakuza, diciamo.

Uno sorride e ride ad ogni sospiro.
L'altro sembra una maschera di gomma. Di un gorilla.
Capelli tinti e radi.
Pelle macchiata.
Bocca grossa che contiene a stento una lingua grassa, enorme e secca.
Si siede, ovviamente il più lontano possibile dalla porta.
E' il CEO di una compagnia di VG giappo.
Io ero lì come consulente esterno, accompagnavo questo cliente di una nota multinazionale di vg, un gaijin pure lui.

Il tipo minaccioso ci squadra.
Ci squadra.
Borbotta qualcosa che sembra una pernacchia.
Poi si volta di tre quarti, verso una serie di scaffali su cui sono poggiati a bella vista i titoli di questa società.
Tira fuori un posacenere dalla tasca.
E comincia a fumare.

Per tutta la riunione non ha fatto altro che fumare.
Fare pernacchie con la lingua.
Alzarsi di tanto in tanto per prendere dei giochi dallo scaffale, metterli sul tavolo, e indicarli con decisione, squadrarci.
E ricominciare a fumare.

Un incontro andato bene, direi.

lunedì, giugno 07, 2010

la sindrome di cassandra ed altre malattie veneree

Detesto avere sogni premonitori.
Spoilero la vita agli altri e mi becco pure gli insulti.

Se uno avesse una mentalità imprenditoriale saprebbe come ricavare grandi quantità di pecunia con una skill simile.
Io invece mi limito a dire chi vincerà a soul calibur o ad anticipare il gol di materazzi contro la francia.

Tuttavia, se dovessi fare un bilancio consuntivo prima della fine del primo quarto del FY11, devo ammettere di provare un senso diffuso di fastidio e sfavorevolezza, esattamente come uno dei protagonisti del video.


@alcor, la morale di questo video è tutta in una bestemmia. L'uso smodato di questo video potrebbe portarti al divorzio. E io so già come andrà a finire, ovviamente.

la babuinette dell'anno, di qualsiasi anno



ho sempre ammirato gli abissi in generale, per morbosità mia più che altro.
in effetti cosa c'è alla fine dell'abisso?

un emerito cazzo.
(@ignazio: nel senso figurato eh).

L'angolo dell'old

Ci sono due tipi di persone


Secondo me.

Quelli che leggono le scrittine sulle magliette, e quelli che no.

Io personalmente non so resistere.


Soprattutto qui in Giappone.

venerdì, giugno 04, 2010

Canale 8, sempre con te




Grazie a tutti i miei fan, però si sta un po' esagerando.

Da quando FujiTV mi ha intervistato quale esperto conoscitore delle zone erogene nel corpo femminile, la mia vita sta diventando quasi impossibile.

Orde di fan, gente che mi ferma per strada, autografi, figli da riconoscere.
Stalking.

Ma la cosa più terribile?
Tutti i giornalisti che mi chiedono "ma che fine ha fatto il Razzi?"

giovedì, giugno 03, 2010

15 minuti

Finalmente ho una connessione internet a casa. Non mi sentivo così da quando avevo 16 anni, quando mio padre spacco’ il monitor del mio computer perché chattavo su Mirc invece che andare in chiesa. La connessione in Africa e’ come in Europa nel 1998, con la differenza che non esiste una flat rate e costa il triplo.

L’internet domestico mi sta catapultando in un mondo dove devi aggiornare il tuo status in Facebook ogni 3 ore, anche di notte. Il Facebook Status Generator mi suggerisce ‘Arianna doesn't sweat the petty things and doesn't pet the sweaty things’. Il sito suggerisce che e’ ‘ideal for the imaginatively challenged’.

Se Al Qaeda se ne sta buona, la prossima settimana me ne vado allo stadio. L’11 mi guardo la Francia, il 14 l’Italia. La polizia locale ha ufficialmente dichiarato ai giornali di sperare che gli Stati Uniti non passino il primo round. Non sarebbero in grado di affrontare livelli di sicurezza tali da proteggere Obama dai terroristi.

Ok. Basta vaneggiare. I Mondiali iniziano tra una settimana. A 15 minuti da casa mia. In realtà scrivo solo ed esclusivamente per farvi invidia.

martedì, giugno 01, 2010

A volte, le coincidenze, tu pensa, il destino...




Sono a Kyoto, una delle mie città preferite.
Sette anni fa, mi ritrovai per caso in una viuzza, vicino al Nishiki market, a mangiare del ramen.
Il ramen più buono che ho mai mangiato.

Da allora ogni volta che torno lo ricerco, lo feci anche con il Razzi, fallendo miseramente, portandolo in un altro posto, decente, a Gion.
Ma nella memoria il ricordo cresceva, aumentava, come solo può qualcosa che aneli e non puoi più avere. E ovviamente nulla regge il confronto.

E pure questa domenica non ho potuto mancare di cercarlo, e di fallire. C'ero capitato per caso. Non conoscevo ancora Kyoto sette anni fa.

E allora mangiamo, LK e io. Soba. Seiru soba. Yasai seiru soba. Pranzo perfetto, leggero, nel pomeriggio mi vedo per passeggiare con il capoccia di Capcom, si mangerà di sicuro qualcosa.

Si fanno due passi, si torna indietro, guardo un negozio.
E' lui.

Ma ho appena mangiato.
Ed è lui.
Il posto.
Guardo la strada.
Yanagi no bamba...

Ora, il nome non vi dirà nulla.
Ma due anni fa, il Razzi, lesse quel nome della via YOGINOBAMBA e ne compose uno dei suoi jingle di maggior successo.
E io in questa soleggiata domenica giapponese non ho fatto altro che cantarlo, nella testa, per strada, a ritmo, non sapendo assolutamente che ciò che cercavo, da anni, era proprio lì, all'incrocio tra Nishikidori e Yoginobamba.

Foto.
Memorizzo.
Ci torno a cena, ci porto tutti.

E così faccio.
Siamo in 4.
Io LK, Capcom e consorte.
Ci sono tre posti. Per quattro c'è da aspettare.
E io ho il treno per Tokyo.
E non so se ce la si fa.

E mi prende una paura.
Che la realtà non può essere come il ricordo, che sia una delusione, ma anche soprattutto, che voglia dire fine. Che voglia dire chiudere un capitolo con Kyoto.

E allora scelgo, scelgo di scoprire un altro posto, tra i vicoli e le pareti di bambù, in cui un giapponese scorbutico ci porta lingua salata e salsicce di pollo speziate e deliziose.

Ed è un modo in cui sento che io e Kyoto ci diciamo che c'è tanto ancora. E che torneremo a visitarci.

E mentre la calura cambia in fresco in quel modo che solo in Kansai, al quinto, sesto passo della notte, Kyoto sprigiona quel suo aroma che l'aria fredda cristallizza. Lo respiro. E salgo sullo shinkansen.